Solide, innovative e aperte: a Treviso le imprese familiari sostengono il territorio
L’anticipazione dello studio di Nomisma che sarà presentato giovedì 24 settembre a Palazzo Giacomelli. Il ricercatore Enrico Marinucci: «Continuità e apertura insieme: è questa la cifra trevigiana». Ma c’è un lato negativo: «Nella fascia oltre i 100 milioni le aziende di famiglia crescono meno delle altre»

«A Treviso l'impresa familiare non è una categoria di analisi, è la forma normale di fare impresa». Enrico Marinucci, senior project manager di Nomisma, è uno degli economisti che hanno realizzato la ricerca sulle imprese familiari del Trevigiano che verrà presentata giovedì 24 settembre nell’evento “Una famiglia un’impresa”, a Treviso. Dai dati elaborati dalla società di analisi economica il legame tra impresa e famiglie, nel territorio della Marca, emerge fortissimo: se si guardano le imprese sopra i 20 milioni di fatturato, quelle a controllo familiare sono 309, il 63,7 per cento del totale.
«Quando una quota è così alta, parlare di loro significa parlare dell'economia trevigiana nel suo complesso», spiega Marinucci, osservando che dall’analisi emergono altri segnali molto chiari: «Il tessuto si sta concentrando: negli ultimi cinque anni le imprese attive sono diminuite, l'occupazione è cresciuta. Non è un territorio che si svuota, è un territorio dove le aziende diventano più strutturate e trattengono valore, e le familiari sono la parte più stabile di questo movimento, con una vita media più lunga delle altre. Il terzo elemento è quello che rende il caso interessante: il radicamento non ha prodotto chiusura. Sono imprese cresciute dentro mestieri storici — il mobile, le bevande, la meccanica, il metallo — che hanno però costruito buona parte della loro crescita fuori dai confini nazionali. Continuità e apertura insieme: è questa la cifra trevigiana».
Le quattro graduatorie
La ricerca che Nomisma presenterà all’evento organizzato dal gruppo Nord Est Multimedia, che pubblica la Tribuna di Treviso e altre testate, va molto oltre i dati complessivi. Elaborando gli indicatori di Cribis, la società del Gruppo Crif specializzata nelle informazioni commerciali su aziende italiane ed estere, e quelli della banca dati Margò, il team di analisi ha elaborato una serie di graduatorie delle imprese familiari, che colgono diversi punti di forza.
Il primo è chiamato “Identità e ciclo di vita”, e prende in considerazione età dell’azienda, numero di generazioni coinvolte, ruolo delle donne, presenza di giovani. Il secondo analizza la “performance economico-finanziaria” nell’arco degli ultimi cinque anni: margine operativo lordo, ritorno sull’investimento e sul patrimonio netto, crescita dei ricavi, rapporto tra posizione finanziaria netta e margine operativo lordo, leverage, rotazione del capitale circolante e valore aggiunto per addetto.
Il terzo criterio d’analisi è l’internazionalizzazione, anche qui non limitato alla quota di export sul fatturato ma tenendo conto anche delle esportazioni verso i mercati extra europei, importazioni, score di internazionalizzazione, presenza sui mercati esteri. Infine, il quarto aspetto fotografato, definito “Innovazione e digital attitude”, che considera lo score di innovazione, la presenza sui social media, gli investimenti in beni immateriali in rapporto ai ricavi e i brevetti in rapporto ai ricavi.
È interessante notare che le classifiche elaborate da Nomisma hanno identificato quattro insiemi dove sono presenti molte aziende che riescono ad entrare tra le circa 5.000 migliori imprese italiane fotografate dalla ricerca “Controvento”, che Nomisma elabora su base annua e che ha tra i meriti la caratteristica di prescindere dalle dimensioni di ogni specifica azienda, cogliendone piuttosto la dinamica di crescita: «A Treviso esiste una concentrazione documentata di imprese familiari con fondamentali robusti. Per soffermarci su un solo indicatore, il loro grado di internazionalizzazione è nettamente superiore a quello dell’intera manifattura italiana di pari dimensione. Un tessuto così non produce per caso aziende che rientrano in una selezione nazionale di imprese competitive: la presenza di numerose imprese Controvento conferma che quelle caratteristiche sono diffuse, strutturali, non episodiche», dice Marinucci.
Le virtù e i difetti
Qui sotto sono riportate le prime 15 posizioni nei quattro ranking considerati per l’evento “Una famiglia un’impresa” di Treviso, non in ordine di classifica bensì alfabetico, perché le differenze in termini di score ottenuti possono essere frazionali e l’obiettivo dell’incontro, più che fare una gara, è portare sul palco alcuni casi di eccellenza tra le famiglie imprenditoriali della Marca.
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A Palazzo Giacomelli ci saranno la General Filter della famiglia Polin, la Falmec della famiglia Poser, la Toniolo Casearia della famiglia Toniolo, ben due famiglie che di cognome fanno Pizzolato ma che fanno mestieri diversi, i vini del La Cantina Pizzolato e gli impianti per la lavorazione della lamiera della PM Forming, nonché il grande negozio di abbigliamento Colognese 1882 guidato da Paolo Colognese Zoppas, che dalla storica sede di Montebelluna ha saputo espandersi in Croazia e online.
Ma le imprese conosciute, nella Top 15, sono comunque molte, sia grandi che più piccole, dalla Latteria Montello di Giavera al Calzaturificio Scarpa di Asolo, dalla Sipa della famiglia Zoppas a Vittorio Veneto alla Alpinestars, anch’essa ad Asolo, dalle costruzioni della Setten Genesio di Oderzo alla cantina Paladin Giovanni di Ormelle, e tante altre ancora.
Al di là dei nomi, però, è cruciale osservare le tendenze che emergono dai dati. In primo luogo, i punti di forza: «Il vantaggio competitivo vero non sta nei margini, sta nel bilancio», osserva Marinucci, «le imprese familiari trevigiane arrivavano al 2024 (ultimo esercizio per cui sono disponibili tutti i bilanci, ndr) con un patrimonio netto medio vicino ai 35 milioni, sensibilmente più alto di quello delle non familiari. Tradotto: investono con risorse proprie, non dipendono dal ciclo del credito e possono ragionare su orizzonti lunghi. Da lì discende il resto, dalla redditività più alta alla produttività per addetto, fino a una presenza sui mercati esteri più diffusa. E da lì viene anche la serenità con cui guardano al ricambio generazionale, che la larga maggioranza degli imprenditori intervistati considera una leva di crescita, non un rischio da amministrare».
L’esperienza insegna, tuttavia, che ogni medaglia ha due facce: «La stessa prudenza ha un prezzo», continua Marinucci, «negli ultimi cinque anni i ricavi delle familiari sono cresciuti meno di quelli delle altre imprese, e il distacco si concentra nella fascia oltre i cento milioni, dove il confronto è di trenta contro quarantacinque punti percentuali. Dove servirebbe accelerare, il modello familiare rallenta. È il suo paradosso: solidissimo nel presidiare, più lento nel fare il salto di taglia».
Capaci d’innovare
Questo eccesso di prudenza non vuol dire, comunque, che le imprese familiari non sappiano essere innovative, anche nei settori maturi che caratterizzano fortemente il tessuto industriale del Trevigiano. «Innovare, in un settore maturo, non significa inventare un prodotto che prima non esisteva. Significa cambiare il modo in cui si produce, si vende e si sta sui mercati. I comparti che ottengono i punteggi migliori sull'innovazione sono esattamente gli stessi che guidano la classifica del digitale: meccanica, gomma, pelle, metallo, mobile. Il mestiere è antico, l'infrastruttura che lo sorregge no», spiega l’economista di Nomisma.
«Il tratto comune è che queste imprese hanno lavorato su più fronti contemporaneamente, senza cercare scorciatoie: efficienza produttiva e conti in ordine, tecnologia di processo, una presenza digitale strutturata e non di facciata, brevetti e ricerca, infine i mercati esteri, che funzionano come banco di prova permanente. Sette imprese familiari su dieci si collocano nella fascia più alta di attitudine digitale, più delle non familiari, e a trainare quella classifica sono proprio i settori tradizionali. Il risultato si legge nei conti: nelle bevande, ad esempio, i ricavi sono cresciuti di quasi la metà in cinque anni. Il settore tradizionale non è un limite, è un punto di partenza».
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