Colognese, prima del futuro: «Viva l’intelligenza artigianale»
Lo storico negozio di calzature a Montebelluna fondato nel 1882 da Antonio e Luigi oggi è gestito da Paolo Colognese Zoppas, con 60 dipendenti e 440 marchi. Il 24 sarà premiato per i risultati dell’e-commerce e l’internazionalizzazione

Nel 1882 erano tra i pochissimi fornitori di calzature su misura per la nobiltà veneziana. Nel 2019 sono stati tra i primi a puntare tutto sul commercio digitale, quando mai nessuno avrebbe immaginato che da lì a breve (per qualche mese) avrebbe sostituito il negozio fisico. Precorrere i tempi, per la famiglia Colognese, è sempre stata questione di Ai, dove la A non sta per artificiale, ma esclusivamente per artigianale.
Paolo Colognese Zoppas, titolare di Colognese 1882, retail di quasi 1.000 metri quadri a Montebelluna, sarà premiato giovedì 24 a Palazzo Giacomelli nell’ambito dell’iniziativa della Tribuna “Una famiglia un’impresa” per l’innovazione e la spinta alla digitalizzazione che ha portato la sua azienda a raggiungere grandi risultati. A cominciare dal fatturato passato da 800 mila euro a 70 milioni di euro in soli dieci anni.
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Eleganza innata
Colognese nasce nel 1882, quando i fratelli Antonio e Luigi aprono a Montebelluna un negozio di calzature di lusso al servizio, appunto, della nobiltà veneziana. Anno dopo anno i prodotti si sono adeguati alle richieste. Perché non portare a Montebelluna uno stile preciso fatto di eleganza e contemporaneità ed diventare espressione di un’identità ben precisa?
Colognese diventa un punto di riferimento non solo per la cittadina ma per tutta la provincia, quando il testimone passa a Vincenzo, conosciuto da tutti come Renzo, il papà di Paolo. Sua è la visione di aggiungere ai marchi trattati nuove proposte al passo con le esigenze dei clienti, che cambiano, come cambiano gli ideali e i desideri. Anche i sogni. «La nostra clientela era rappresentata dalla borghesia. Donne e uomini che entravano in negozio con l’ambizione di uscire ed essere qualcosa in più. Non davamo solo vestiti, ma affidavamo uno stile personale ad ognuno, un modo di essere, sicurezze e ambizioni», racconta Paolo.
Nei primi anni 2000 il nome Colognese è una garanzia di eleganza e autorevolezza. Tra i clienti si contano il cardinal Ruini, Monica Vitti e Lino Banfi. Una conferma dopo l’altra. Sul tavolo della famiglia arriva un’offerta che difficilmente poteva essere rifiutata: un milione di euro per rilevare l’attività mantenendo il negozio e le proprietà. Renzo e Paolo, laureato in giurisprudenza, declinano.
«Sarebbe stato lasciare il lavoro di una vita, anche se la proprietà immobiliare sarebbe comunque rimasta nostra, però se ne sarebbe andato un nome, una tradizione lunga 100 anni. Inizialmente ho tentennato perché le cose non andavano così bene. Ma mi sono preso la responsabilità e ho deciso di guardare oltre a quello che vedevo, oltre i confini spaziali e tangibili».
Oggi Colognese 1882 è una realtà che è passata da 100 a 1.000 metri quadri con 18 vetrine e due palazzi, 60 dipendenti, 440 marchi di abbigliamento trattati e un fatturato di 70 milioni di euro, in calo rispetto ai 77 milioni di qualche anno fa, ma comunque in attivo. Una mosca bianca rispetto ai tanti competitor che sono stati costretti a chiudere e ai produttori di moda più blasonati, notoriamente in difficoltà. Montebelluna rimane il fulcro di tutto, perché come dice Paolo: «Non necessariamente la provincia è provinciale, anzi».
Nuove frontiere
Nuove sfide, però, si presentano all’orizzonte. Cambia il modo di guardare alla moda e anche le possibilità economiche. «Alle persone facoltose non interessa più l’apparenza, mentre la media borghesia che aveva bisogno di mostrare il raggiungimento di uno status ha perso potere d’acquisto e non può più permettersi certe tipologie di capi, ora stiamo andando verso un’economia più legata alle emozioni, a qualcosa che resta, ad un’esperienza».
La famiglia Colognese non si spaventa e davanti all’incertezza rilancia. Prima con l’apertura di due punti vendita a Zagabria, in Croazia, Paese in crescita fortemente attratto dal gusto italiano. Poi investe nell’e-commerce, quando i competitor ancora non ci credevano. Il cliente allora si sposta non è più solo il professionista di Montebelluna, ma è anche un ingegnere di Seul, un avvocato americano, una manager di Tokyo o un industriale di Hong Kong.
Dentro i cambiamenti
Il segreto per restare in piedi nonostante le intemperie va rintracciato nella capacità di interpretare i cambiamenti, mantenendo saldi i valori trasmessi da padre in figlio: «Innovazione, tradizione, contemporaneità», commenta Paolo Colognese, «essere sempre al passo con i tempi non basta, bisogna cercare di essere ancora più avanti di quello che arriva, anche se non è facile perché la visione che prima poteva essere a sei mesi, adesso è a due. C’è un cambiamento continuo e nel momento in cui tutto pare programmato, devi cambiare ancora, devi essere flessibile».
Un esempio? «Il fatto che avessimo già predisposto l’ e-commerce prima del Covid ha fatto sì che ci siamo salvati. La gente stava a casa e continuava a schiacciare i bottoni. Poi sfilava tra il salotto, il bagno e la cucina. C’è stata una sorta di spending revenge per cui si cercava di compensare la frustrazione dello stare a casa facendo acquisti. Poi ancora una volta è cambiato tutto perché i consumi sono rimbalzati, la gente ha cominciato a uscire di casa e a consumare molto meno».
L’artigianalità
«Siamo stati dei talent scout, se vogliamo, negli anni abbiamo filtrato nuovi marchi non per forza conosciuti e sappiamo creare un ottimo equilibrio tra tutti i nostri prodotti. Portiamo coerenza e credo che il consumatore si fidi proprio di questo, è il messaggio che cerchiamo di portare avanti sempre».
Per Colognese siamo di fronte a un’ennesima svolta: «Stiamo attraversando un altro cambiamento con l'introduzione dell'intelligenza artificiale che dovrebbe essere accompagnata sempre dall'intelligenza artigianale, il servizio sarà la leva per mitigare il calo del consumo del lusso. Negli ultimi anni è cambiato il concetto stesso di lusso, oggi è l’outdoor, ma quando indossi un capo di valore perché qualcuno l’ha pensato proprio addosso a te, allora cambia tutto e torna la sensazione di sentirsi più belli di quanto si era prima di entrare in negozio».
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