«Era a un passo dalla pensione» Il dolore dei colleghi di Gava

Domani il camionista travolto e ucciso doveva iniziare un nuovo lavoro  La Stradale ha terminato i rilievi sull'incidente e inviato il fascicolo in Procura

spresiano

Era a un soffio dalla pensione, dopo 40 anni trascorsi in una cabina di un camion, a macinare chilometri e chilometri. Ieri gli amici e i colleghi di Scorzè non volevano credere al triste destino a cui è andato incontro Guglielmo Gava, investito dalla motrice del camion del collega che lo stava istruendo sul percorso, giovedì pomeriggio a Spresiano, in via Padania Industriale, poco distante dall’Odissea. Un dramma nel dramma, che ha spezzato due famiglie di trasportatori. Gava, 63 anni, aveva passato una settimana nell’abitacolo del grande autoarticolato con il collega di Spresiano, un 47enne che lo stava istruendo sul percorso, perché da lunedì Gava avrebbe dovuto prendere il suo posto su quel camion e lavorare per i titolari – da autonomo – per i proprietari del tir del collega. La pensione, inoltre, lo attendeva di lì a qualche mese.

Ieri la polizia stradale ha terminato i rilievi e mandato il fascicolo al sostituto procuratore di turno, Daniela Brunetti, che deciderà se indagare il collega per omicidio stradale. Per il 47enne di Spresiano, si è trattato di attimi tragici. E terribili. «Lasciamo qui vado a prendere la macchina» avrebbe detto Gava. Ma una volta dato gas dopo essersi fermato, il rumeno non si sarebbe reso conto che anziché sul marciapiede, l’uomo era davanti al tir. Un urto fatale con la motrice davanti. La polizia stradale ha dovuto consolare il collega, distrutto dal dolore e sotto shock.

Il 63enne abitava da qualche anno in via Ronchi a Scorzè. Prima aveva abitato a Noale. in gioventù aveva studiato all’Istituto Fermi di San Pelaio. Il figlio, Andrea, aveva seguito le orme del padre e lavora a Milano, nello stesso ambito. La polizia stradale di Treviso, lo ha avvertito giovedì sera. Ieri si è recato nell’obitorio dell’ospedale, per il riconoscimento della salma.

Gava era separato e dopo il turno di lavoro era solito andare a salutare i suoi amici-colleghi al bar del distributore Agip lungo la Castellana a Scorzè, poco prima della Crosarona, ritrovo di chi è del mestiere. C’è chi lo aveva sentito al telefono solo poche ore prima della tragedia. «L’ho trovato contento» racconta un amico «perché era riuscito a risolvere i problemi alla schiena che lo tormentavano e a breve sarebbe andato in pensione». Camionista intelligente, rispettoso, umile e di cuore, conosceva a memoria i motori e i sistemi frenanti. «Quando parlava di come funzionano» racconta ancora l’amico «non solo restavi a bocca aperta per la spiegazione ma ne sapeva davvero tanto». Gava proveniva da una famiglia di camionisti trevigiani, prima con il nonno e poi il papà. Erano stati tra i primi a fare trasporti eccezionali. Una storia, però, aveva segnato Gava nel recente passato, nel 2009 per essere precisi: il carcere in Bulgaria per una ventina di giorni. Da innocente. Si era trovato alla guida di un camion rubato, a sua insaputa. Il tir fu noleggiato nel Casertano e la ditta risultò vicina alla camorra. Da lì è nato tutto. «Mi diceva che stare in prigione in Bulgaria» continua l’amico-collega «non era come in Italia. Quante volte mi ha raccontato questa storia ed era sempre scosso. Era capitato tutto questo a lui, mai rissoso, sempre pronto allo scherzo e con grande rispetto per gli altri». —

Alessandro Ragazzo

Marta Artico

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