Sottosopra da record a Castelfranco, ma l’odio social spinge il festival a lasciare la città
Oltre cinquemila presenze da tutt’Italia nelle quattro serate, ma l’edizione dei dieci anni potrebbe migrare altrove: «Amiamo Castelfranco, ma basta polemiche pretestuose». Nel mirino il costo degli eventi

Oltre cinquemila persone, arrivate da ogni parte d’Italia (Padova, Venezia, Treviso e poi Milano, Bologna, Roma, ...), hanno messo Sottosopra Castelfranco per quattro serate. O meglio, come dicono gli organizzatori, «hanno abitato dal 30 luglio al 2 agosto il festival in un’atmosfera di spontanea spensieratezza. È la risposta forte di una comunità che ha fame di cultura, spazi liberi e relazioni autentiche».
«Quattro giorni», aggiunge Daniele Costa, presidente e direttore artistico di Sottosopra, «che hanno visto salire sul palco dei giardini sudovest del castello nove band da tutta Italia capaci di tracciare una mappa sonora moderna ed eclettica. Un percorso che ha unito le sonorità pop d’autore di band del calibro degli Ex-Otago alla ricerca di realtà emergenti di primo piano della scena indipendente e d’avanguardia italiana (Faccianuvola, Popa, Krano, Generic Animal ed Elasi), fino a toccare il culmine dell’esperienza collettiva nella serata del 30 luglio: centinaia di persone sedute al buio, sull’erba sotto le mura, ad ascoltare il divulgatore scientifico Adrian Fartade».
Un successo certificato da due serate da tutto esaurito (la capienza limitata è imposta dallo spazio) e da una crescita straordinaria di presenze (+54% rispetto al 2025). Tutto bello, grazie anche alla fatica e all’impegno di ottanta volontari. Se questi sono i numeri reali del festival, non si è fatta attendere la polemica virtuale innescata da profili anonimi sulle pagine social della città. Contestato l’ingresso a pagamento (da 12 a 22 euro per i concerti principali).
«Narrazioni grottesche e polemiche pretestuose sui costi e sulla fruizione degli spazi», osserva Costa, «Sentir parlare di “eventi in un campo in mezzo alle zanzare” per descrivere il prato dei giardini del Castello — dove non c’era traccia di zanzare ma solo di migliaia di persone felici di stare insieme — fa sorridere, ma impone una riflessione seria».
Una riflessione che accende incertezza sul futuro in città di Sottosopra. «A smentire il livore da tastiera», prosegue Costa, «sono i dati reali di un progetto culturale capace di raggiungere quasi 4 milioni di visualizzazioni sui canali social e di parlare oltre i confini comunali: ben il 98% del pubblico arrivato ai giardini non risiede a Castelfranco. Un’invasione pacifica di persone che ha attraversato il centro, consumato nei locali, riempito le strutture e scoperto la città».
L’amarezza per la polemica innescata sui social è tanta. «Le elezioni amministrative di giugno hanno segnato un passaggio voluto e annunciato», commentano dal festival, «Per questo, crediamo che ora più che mai le cose siano possibili. Ma la possibilità si costruisce mettendo in rete le ottanta persone che lavorano e si spendono per il festival, le associazioni, le trentatré aziende partner, il tessuto sociale, i giovani e le forze vive della città, non avvelenando il clima con un’aggressività da tifo da stadio e una propaganda sterile».
Sottosopra lavora in città per «cambiare punto di vista e far muovere le cose. Perché quando la cultura si ferma, la città rallenta, e quando rallenta rischia di spegnersi». Nel 2027 il festival taglierà il traguardo dei 10 anni. Sarà ancora a Castelfranco? Il direttivo dell’associazione si prende un momento di pausa per una valutazione di prospettiva.
«I 10 anni di Sottosopra saranno una festa incredibile, ma ad oggi non siamo in grado di garantire che si terranno a Castelfranco», dichiara Costa, «Amiamo questa città, la abitiamo e con i fatti e con i numeri abbiamo dimostrato cosa significa portare valore reale al territorio. Ma per fare cultura servono dialogo, rispetto e una visione condivisa di crescita. Se il clima continua a essere questo, far nascere cose diventa impossibile. Rilanciamo per il decennale, ma nei prossimi mesi capiremo se Castelfranco vuole davvero essere la casa di questo futuro o se saremo costretti a portare questo patrimonio altrove».
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