Detective all’Usl 2, la Cgil: «Vogliamo gli atti: è sorveglianza di massa»
Sara Tommasin (Fp): «La raccolta dei dati sensibili? Una clausola inaccettabile». E ancora:«Se sono state accertate condotte fraudolente, l’azienda ha il dovere di comunicarlo. Un mandato generalizzato di 12 mesi non è un controllo difensivo: fiducia minata»

Non risparmia le parole e non resta con le mani in mano, la Cgil di Treviso. Dichiarandosi totalmente ignara di una vicenda che definisce «una questione di dignità del lavoro», la Funzione pubblica ha già chiesto ufficialmente all’Ulss 2 la pubblicazione degli atti, la verifica della legittimità del trattamento dei dati personali e l’apertura immediata di un confronto sindacale.
È durissimo il comunicato firmato da Sara Tommasin. Che – al di là del fatto che il principale sindacato della sanità trevigiana non sia stato informato dell’iniziativa e neppure i circa diecimila dipendenti che quell’incarico di investigazione privata riguardava – chiarisce subito che «nessuno mette in discussione che un datore di lavoro pubblico abbia il dovere di contrastare l’assenteismo fraudolento, l’abuso di permessi, le false attestazioni di presenza, i comportamenti che danneggiano l’ente».
Perché «chi ruba tempo e denaro pubblico, ruba anche ai propri colleghi». Nulla da obiettare neppure sui mezzi utilizzati per accertare le condotte illecite, considerato che la giurisprudenza consente il ricorso alle agenzie investigative. Per la Funzione pubblica della Camera del lavoro di Treviso il problema non è se si possa controllare: «Il problema è come, su chi, con quali garanzie e con quali limiti».
Atti illeciti specifici
Secondo Tommasin gli atti pubblici - ovvero la delibera con cui è stato affidato l’incarico alla Global Investigazioni - «sollevano questioni che l’azienda non può lasciare senza risposta». A partire dall’oggetto dichiarato dell’incarico, che «è esattamente ciò che la legge non consente di affidare a un soggetto esterno».
La sindacalista ricorda infatti che la Cassazione a più riprese ha ribadito che il controllo affidato ad agenzie investigative non può mai avere come oggetto l’adempimento o l’inadempimento della prestazione lavorativa, ma deve limitarsi ad atti illeciti specifici, sorretti da un fondato sospetto. «La delibera invece dice testualmente di voler verificare “il corretto adempimento dei singoli obblighi contrattuali” e “il rispetto delle norme ricomprese nei Ccnl”». Una formula che ricalca alla perfezione ciò che «i giudici di legittimità hanno espressamente censurato».
La durata del mandato
A essere contestata è poi la durata di un mandato così generalizzato: «Dodici mesi non è un controllo difensivo, è sorveglianza di massa». I controlli investigativi, viene ricordato, sono ammessi quando sono mirati, circoscritti nel tempo e attivati su un sospetto concreto riferito a posizioni determinate.
Ma «un contratto annuale, a consumo, su una platea di 10.000 persone, senza che dagli atti emerga alcun presupposto specifico, rovescia il rapporto: non si indaga perché c’è un sospetto, si cerca un sospetto perché si è comprato un servizio».
I dati sensibili
Il passaggio più pesante riguarda il punto che la sindacalista sostiene essere il più grave, ossia l’autorizzazione al trattamento dei dati sensibili da parte della Global Investigazioni. Quelle categorie particolari di dati, riferiti nel caso specifico ai dipendenti, che comprendono origine razziale ed etnica, opinioni politiche, convinzioni religiose o filosofiche, appartenenza sindacale, dati genetici e biometrici, dati relativi alla salute, alla vita sessuale e all’orientamento sessuale.
«Non esiste alcuna finalità di tutela del patrimonio aziendale che possa giustificare la raccolta dell’orientamento politico o religioso o sindacale di un lavoratore», dichiara Sara Tommasin, che ricorda come l’articolo 8 dello Statuto dei lavoratori lo vieti, anche quando l’indagine è svolta “a mezzo di terzi”, presidiando quel divieto con una sanzione penale. «Che quella clausola sia stata materialmente attivata o no, la sua semplice presenza in un atto amministrativo pubblico è inaccettabile».
L’accusa sul metodo
Anche il metodo viene messo sotto accusa. La sindacalista fa presente che, per installare le telecamere di videosorveglianza, l’Ulss 2 ha sottoscritto un accordo sindacale inserendo il tutto nel codice disciplinare aziendale.
«Per mettere dodici mesi di investigazioni private sulle spalle dei propri dipendenti non ha ritenuto necessario informare nessuno. Due pesi e due misure che non hanno alcuna giustificazione».
«Ora i risultati»
Tommasin chiede quali siano i risultati dell’indagine: «Dirlo è un dovere». E, se non fossero state accertate condotte fraudolente, è stata valutata come spesa congrua, «in una fase di carenza cronica di personale»?
Infine, la fiducia. Dopo una pandemia, gli organici insufficienti, le aggressioni, «sapere che l’azienda destinava 130.000 euro a far seguire i propri dipendenti da un’agenzia privata, senza dirlo a nessuno e senza rendere conto di nulla, produce un danno al clima organizzativo che nessun risultato investigativo potrebbe compensare».
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