Targhetta, il poema della generazione precaria a Nordest

La scelta di di Francesco Targhetta per il suo primo romanzo non è stata di sicuro la più facile né la più popolare. Alla scrittura in prosa il trentunenne di Silea, dottorando all'Università di Padova, ha preferito i versi. Perciò veniamo bene nelle fotografie (edito da Isbn e presentato oggi alle 17.30 alla libreria Ubik di Treviso) è un doppio settenario già nel titolo. Un romanzo in versi liberi denso in ogni pagina di richiami letterari, ma con uno stile quotidiano fatto di parole e immagini legate alla vita dei trenta-quarantenni di oggi, alle loro frustrazioni, alle loro passioni, alla loro ricerca di affermazione, fra sogni, dubbi paralizzanti, sdegno, rinunce, desiderio di opposizione, tormenti e ideali.
Targhetta – già autore di versi con la raccolta Fiaschi – ambienta la sua storia fra una Padova popolare e una Marca trevigiana fatta di frazioni secessioniste, raccontando le vicende di un gruppo di giovani che condividono lo stesso appartamento e le stesse attese infinite per una laurea, un lavoro migliore, un dottorato di ricerca che non arriva. Quello che ne esce è un ritratto talmente realistico da poter essere percepito come crudo e duro, ma alla fine chi legge trova in ogni verso qualche cosa di suo e di talmente vero che fa sorridere. Padova è una topaia con quartieri che somigliano alle puttane che la abitano di notte, popolata di poveri, di extracomunitari, di parabole satellitari fuori dalle terrazze, di ipermercati, centri estetici cinesi, pizzerie take-away, parcheggi, parchimetri, pericolosi metrobus. La vita di ogni giorno, fra un prosecco e uno spritz, è scandita dal ruolo che la televisione ha nel nostro presente e ha avuto in una generazione che negli anni Ottanta e Novanta è cresciuta a spot di merendine, raccolte del Mulino Bianco, Big Babol al gusto uva, chupa-chups panna e fragola e Calippo alla Coca-Cola. Il tutto accompagnato da una parte da una vera e propria colonna sonora di titoli musicali e dall'altra da intermezzi sulla battaglia del Piave nella Grande Guerra: perché il senso di sconcerto del vivere la propria giovinezza sembra essere lo stesso della generazione che combatté cent'anni fa. Non è facile il romanzo di Targhetta. Ma appassiona. Con la sua formula inconsueta e demodé, il suo abito esteriore in metrica classica, gli slanci lirici in endecasillabi puliti e quelle rime insolite che solo Guido Gozzano sapeva trovare. Corvara fa rima con Che Guevara, cicca con Pietro Micca, Break con Maghreb, baroni con antiberlusconi. Per un crepuscolarismo dei nostri giorni.
Raccomandato se vi piace: Trainspotting (Welsh) e Generazione X (Coupland).
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