L’ultimo saluto a Marisa Michieli, vedova e musa di Zanzotto

Questa mattina il commovente addio nel Duomo di Pieve di Soligo. Il parroco: «Gli orizzonti che ha aperto assieme al marito e poeta Andrea sono feritoie sull’eternità»

Francesco Dal Mas
Il funerale nel Duomo di Pieve di Soligo
Il funerale nel Duomo di Pieve di Soligo

Nel Duomo di Pieve di Soligo risuonano le poesie di Andrea Zanzotto. I versi dedicati alla “Cortese donna mia”, la moglie Marisa. «Due vite, quella di Marisa e quella di Andrea, intrecciate per quasi mezzo secolo di storia» sottolinea il parroco, monsignor Luigino Zago, al funerale con cui la comunità di Pieve, presente con in testa il sindaco Stefano Soldan, omaggia la concittadina scomparsa. Presenti i figli Giovanni e Fabio, i nipoti, i tanti amici.

«Marisa eclettica, esuberante, inconfondibile nei suoi colori», la ricorda il parroco, «bellezza maggiore, per dirla alla maniera del poeta. Fu donna intelligente, passionale e di carattere. Inquieta nel senso più profondo. Mai ferma, mai appagata dalla superficie delle cose. Sempre in cerca, sempre in movimento. Mai statica». 

Figlio e nipote accarezzano il feretro
Figlio e nipote accarezzano il feretro

Una feritoia sull’eternità

 

Non mancano, nell’arcipretale, i tanti allievi di Marisa Zanzotto. Laureata in lettere, insegnante e preside. «Sapeva bene il significato delle parole», così la ricorda ancora don Luigino, «e anche che forza hanno, se usate con intelligenza e proprietà, nel dare forma e significato alla vita. “Vitalmente ho pensato a te”, recita ancora la poesia che stiamo rileggendo stamattina», aggiunge il parroco, «a te che ora non sei né soggetto né oggetto, né lingua usuale né genere”. Marisa era questo. Oltre ogni definizione standardizzata. Non solo moglie, non solo musa».

«Ma nella citata poesia», insiste il sacerdote, «c'è un ulteriore passaggio che oggi ci tocca nel profondo “E così sia: ma io credo con altrettanta forza in tutto il mio nulla, perciò non ti ho perduto o, più ti perdo e più ti perdi, più mi sei simile, più m’avvicini”. Andrea naturalmente l'ha scritta questa poesia quando ancora viveva. Eppure questa parola ci raggiunge oggi come una verità alta. Gli orizzonti che ci ha aperto insieme al caro marito Andrea rimangono spazi sull'immensità. Feritorie sull'eternità».

Francesco Carbognin
Francesco Carbognin

Il ricordo di Francesco Carbognin

Commosso, a conclusione del rito funebre, il ricordo vivo di Francesco Carbognin, docente, letterato, amico di famiglia. «Io non penso che Marisa presterebbe attenzione al proprio stesso funerale più che qualche manciata di minuti. Riuscirebbe poi a trasformarlo in altro, in opportunità produttiva di altri discorsi, di frizzanti manovre conviviali, in occasione condivisa di vita in fieri».

«Per questo motivo mi piace ricordarla con una frase che Marisa era solita pronunciare a qualunque suo interlocutore, di qualunque specie, ruolo, grado, livello o estrazione fosse, a partire dallo stesso marito», continua, «mi vedo al funerale di Marisa, ascolto il mio modo goffo, inadeguato, con cui cerco di esprimere un mio immenso affetto, e la mia sterminata gratitudine a quella “Splendida, cortese donna mia”, scriveva Zanzotto, a quella donna dai capelli rosso-fiamme, e dagli occhi incendiati di passione, ed ecco che lei mi risponde “Ti te se un mona”. Grazie Marisa». E scoppia l’applauso. Nell’accompagnare le spoglie, ecco gli amici si redunano in festa. 

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