Treviso. «Io, 10 anni da maestra: adesso rischio il posto Insieme ad altri 800»

A Treviso insegnanti nel panico dopo la sentenza del Consiglio di Stato che non riconosce il solo titolo magistrale per la cattedra

TREVISO. Una dura “tegola” caduta sulle teste di più di 800 insegnanti, che sono al lavoro nelle scuole elementari della Marca e che rischiano da settembre di diventare i primi esodati della scuola pubblica. Restando di fatto o senza cattedra o senza la possibilità di un nuovo contratto di lavoro.

A scrivere una delle pagine più incerte della scuola italiana ci ha pensato nei giorni scorsi la sentenza definitiva del Consiglio di Stato. Con i giudici che hanno detto no al diritto dei diplomati magistrali, in possesso di diploma conseguito entro il 2001/2002, di continuare a rimanere inseriti nelle graduatorie ad esaurimento: i primi elenchi dai quali si può attingere per l’assegnazione dei posti di ruolo e delle cattedre annuali. Sono 80 mila gli insegnanti al livello nazionale che corrono il rischio di vedersi depennati dalle liste. E già si profila a detta del sindacato della scuola Gilda una vera emergenza sociale. Con un contratto di lavoro tra le mani e il timore di vederlo andare per sempre in fumo in futuro è, fra gli altri, una maestra trevigiana di scuola primaria, Alice Zanco, 37 anni, da 10 anni in cattedra, attualmente insegnante a Castelfranco, con un diploma magistrale e una laurea in lettere. Il suo è un esempio di cosa accadrà nella vita lavorativa di 800 insegnanti.

Oggi maestra lei sta lavorando, ha un contratto fino a giugno, ma cosa teme possa accadere nei prossimi mesi?

«Fino a quando si potrà continuare a lavorare non si sa. Lavoro nella scuola da più di dieci anni. Ma sono entrata nelle liste delle graduatorie ad esaurimento due anni fa, come tanti colleghi, facendo ricorso perché ci venisse finalmente riconosciuto il valore abilitante del diploma magistrale conseguito. Valido per l’assegnazione delle cattedre e per i posti di ruolo. Non solo come pezzo di carta per accedere ad un concorso. Per ora sono inserita nelle liste. E fino a giugno continuerò a lavorare. Ma per effetto della sentenza il rischio è di vedere poi il mio nome cancellato. E di dover così indietreggiare nelle liste delle graduatorie. Vedendomi pure tolta la possibilità di firmare ancora un contratto di lavoro per un intero anno di scuola. E obbligata per forza ad accettare contratti di lavoro per tempi brevi. Di qualche settimana o qualche mese non si sa. Fino ad un massimo di 36 mesi. Poi oltre questo termine non ci potranno più essere rinnovati. E il rischio è di rimanere a casa».

Cosa significa un cambiamento del genere per un docente da sempre al lavoro in classe?

«A 37 anni mi preparo ad affrontare la situazione, ma questo non può certo chiamarsi lavoro, non così. Con la mancanza di continuità vengono meno anche i progetti e la dignità necessaria. Io ho un compagno e una famiglia e posso provare ad andare lo stesso avanti. Ma conosco colleghe nella mia stessa situazione che si sono trasferite da altre regioni con l’intera famiglia pur di lavorare nella scuola. O con bambini piccoli. E non parliamo di neo laureati, ma di persone adulte, padri e madri di famiglia già in cattedra da 10, 15 anni».

Quali le conseguenze per la scuola?

«In questo modo agli alunni non viene garantita la continuità didattica. Ci sono scuole che non trovano insegnati per le sostituzioni, ci sono posti vacanti che aspettano l’arrivo di insegnanti di ruolo. E intanto questa sentenza rischia di lasciare noi insegnanti a piedi. La scuola da qualsiasi parte si muova sta vivendo un momento di empasse. Il disagio sociale non può non ricadere anche nel servizio. Con gli alunni che si vedranno cambiare continuamente gli insegnanti».

Con questo terremoto cosa la tiene salda al suo lavoro?

«L’amore per la mia professione. Un lavoro come quello dell’insegnante lo puoi fare solo se ci credi fino in fondo».


 

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