Salma scambiata a Castelfranco, dodici anni di causa

CASTELFRANCO. Prima il corpo del caro estinto era stato esumato nonostante la famiglia avesse prorogato di altri vent’anni la concessione della sepoltura, ma poi il rimedio è stato forse peggiore dell’errore. Al suo posto era stata sepolta un’altra persona. Dopo dodici anni dalla causa civile contro il Comune, la vicenda della salma scambiata riguardante Giuseppe Muraro, approda all’ultimo grado di giudizio, la Corte di Cassazione.
La famiglia Muraro ha deciso di ricorrere contro la sentenza di appello pronunciata nel 2016 che ribaltava quella emessa dal Tribunale di Treviso nel 2012 dove non solo si accertavano le responsabilità dell’amministrazione ma la si condannava a un risarcimento di sessantamila euro. Somma pagata solo in parte, in attesa dell’appello, tanto che nel 2013 la famiglia presentava istanza di pignoramento. Era il 1969 quando Giuseppe Muraro lasciava questa terra. Nel 2000, 31 anni dopo, però la famiglia provava un nuovo dolore. In occasione di una delle frequenti visite al cimitero si era trovata davanti ad una amara sorpresa: la tomba era sparita, la salma rimossa e gettata nella fossa comune.
Un clamoroso errore visto che era stata già rinnovata per altri vent’anni la disponibilità di quel loculo per il congiunto scomparso. Il Comune rispose positivamente alla richiesta di riesumare nuovamente il corpo e rimetterlo nella tomba. Ma tra i familiari si fece strada un dubbio: era proprio quello il corpo del fu Giuseppe Muraro? La risposta poteva arrivare solo da un ulteriore esame della salma. Altra riesumazione, nella speranza di poter avere una risposta dal test del dna. Ma ormai era passato troppo tempo per avere risultati incontrovertibili. Invece l’esame di ciò che rimaneva degli abiti confermava i dubbi della famiglia: quello non era il loro caro, quello a cui dopo averlo amato in vita portavano ora i fiori e un pensiero nel camposanto. E a questo punto si è passati alle vie legali: nel 2005 è partita la causa civile che è arrivata a sentenza sette anni dopo. Il Comune, a detta del giudice, è responsabile dell’increscioso scambio, la famiglia deve essere risarcita con sessantamila euro.
Il comune però ritiene di non avere responsabilità e ricorre alla Corte d’Appello che gli dà ragione nel 2016. Pietra tombale sopra? Proprio no. I familiari di Munaro tornano alla carica e ora hanno presentato ricorso alla Cassazione, a cui spetterà l’ultima parola che per la giustizia umana sarà davvero quella definitiva
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