Mercurio, a Treviso i pozzi sono ancora inquinati

Esami a Treviso, Preganziol e Quinto: riscontrate concentrazioni quattro volte sopra il limite

TREVISO. Non è mai scomparso. Non se ne è mai andato. Cinque anni dopo l’emergenza che ha tenuto in allarme centinaia di famiglie tra i Comuni di Treviso, Quinto, Preganziol e Casier, il mercurio è ancora lì, nell’acqua delle falde prelevata dai pozzi privati. Sembra faccia da alfiere alla nuova allerta ambientale profilatasi nei giorni scorsi anche nella Marca trevigiana: l’inquinamento da Pfas delle acque sotterranee.

Ancora una volta è l’Arpav a mettere in evidenza il problema, con l’ultimo risultato del monitoraggio dei pozzi della zona “rossa” decretata nel 2011, quella dove molti residenti oggi non sono ancora collegati alla rete idrica pubblica: 21 i pozzi controllati dai tecnici dell’agenzia regionale per l’ambiente, otto quelli nei quali sono stati ancor oggi riscontrati livelli di mercurio fuorilegge, anche quattro volte sopra il limite consentito.

L’allerta senza responsabili. Non è svanita l’emergenza, quindi, e non è cambiato il territorio interessato dal fenomeno salvo risparmiare, almeno secondo i dati, l’area di Casier. E quel che è peggio: non c’è ancora alcuna spiegazione dell’inquinamento. Le ricerche attivate nel 2011 alla caccia di una possibile fonte del mercurio non hanno dato esito. Scartata sia l’ipotesi che potesse derivare dall’ex Simmel di Paese, sia quella che potesse avere collegamenti con l’area ex Montini-Ippa (sempre a Paese). Le indagini specialistiche fatte sulla sostanza hanno svelato solo una cosa: «L’acqua contenente mercurio presenta una ricarica anteriore al 1952», hanno spiegato dai laboratori, «Questa caratteristica potrebbe portare a considerare “datata” anche la contaminazione, con conseguente impossibilità di ricercare la sorgente inquinante».

I pozzi. Circa 600 i pozzi monitorati nel pieno dell’emergenza mercurio, nel 2011. Ma proseguire l’attività di controllo con un numero così vasto di fonti era impossibile. Di qui la decisione di scegliere un campione rappresentativo e la selezione dei 21 pozzi sui quali Arpav ha continuato a effettuare analisi prima con un programma di ricerca denominato Me.Mo. (terminato nel 2013), poi con indagini a cadenza quadrimestrale. Tutte hanno messo in evidenza la persistenza del mercurio nelle falde profonde, e così anche l’estrema variabilità del fenomeno. Il mercurio fra Treviso, Quinto e Preganziol cresce in alcune zone, cala in altre, appare a livelli incredibili in alcuni pozzi per poi sparire quasi completamente a distanza di un mese. Possibile? Stando ai dati Arpav, sì.

«Pfas, pozzi a rischio ma acquedotti al sicuro»

I dati. Secondo l’ultimo rilevamento Arpav (ottobre 2015), degli otto pozzi con livelli di mercurio fuorilegge (oltre quota 1 microgrammo/litro) 4 sono nel territorio del Comune di Treviso, uno a Quinto, tre a Preganziol. I superamenti del limite di potabilità variano dai 4 microgrammi litro del pozzo in via San Trovaso di Treviso, agli 1,9 microgrammi trovati in via Schiavonia a Preganziol, ai 3,5 microgrammi in via Baratta Vecchia, sempre a Preganziol. Ma vanno tenute d’occhio anche fonti apparentemente pulite, come quelle di via Brondi a Quinto e via Boiago a Treviso, che non risultano inquinate ma sono state protagoniste di alcune anomalie che Arpav ha preferito ignorare a livello analitico ma ha messo nero su bianco. Entrambi i pozzi infatti, solitamente sotto la soglia di allerta, in alcuni prelievi hanno fatto registrare valori di mercurio venti volte sopra il limite (quello di Treviso) e quasi 11 volte sopra il limite (Quinto).

Divieti e allacciamenti ignorati. All’indomani dell’emergenza, cinque anni fa, scattò il divieto di attingere acqua per il consumo umano dai pozzi dove venne riscontrato l’inquinamento. Il divieto era estesa a tutti i quartieri a sud di Treviso, ma anche a Preganziol e Quinto. L’ordinanza non è mai stata dichiarata “estinta” ma pare che molti l’abbiano ignorata all’epoca e continuino a farlo oggi. Come se non bastasse poi, le migliaia di euro di investimenti fatti da Ats (il gestore del servizio idrico locale) per portare l’acquedotto nelle zone colpite dall’inquinamento non sono stati seguiti dall’ordinanza che imponeva di allacciarsi. Risultato: quasi nessuno l’ha fatto (i nuovi allacci si contano sulle dita di una mano), rendendo vano lo sforzo finanziario (quasi 2 milioni).

 

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