Electrolux, Morandin in fabbrica dall’88: «Oggi restano 748 lavoratori, ora bisogna salvare il futuro»
Paola Morandin, operaia dal 1988, commenta l’intesa raggiunta dopo oltre sei mesi di vertenza: un accordo difensivo che limita i tagli e vincola Electrolux per i prossimi tre anni: «Vorrei che nei prossimi tre anni si passasse da un’intesa difensiva a una espansiva»

«Sono entrata in fabbrica l’11 aprile 1988. Noi giovani eravamo orgogliosi, perché lavoravamo nella prima fabbrica automatizzata al mondo di frigo.
La catena di montaggio veniva sostituita dal lavoro a isola, a banco. Presto andrò in pensione dopo essere ritornata in linea di montaggio, nonostante i 220 milioni di investimento nel reparto genesi».
Intercettiamo Paola Morandin, operaia, mentre rientra da Roma.
Soddisfatta dell’accordo?
«Moderatamente. È un accordo difensivo rispetto a quanto aveva in mente Electrolux. Sono convinta che è il meglio che potevamo fare. Abbiamo limitato i danni. Abbiamo messo al sicuro le fabbriche almeno per i prossimi tre anni, Cerreto d’Esi, lo stabilimento nelle Marche che Electrolux voleva chiudere entro fine anno, continua a produrre finché non ci sarà un compratore affidabile. In tutti gli stabilimenti c’è una drastica riduzione di dipendenti e di volumi. Siamo tutti coscienti che le fabbriche non si sosterranno con questi numeri di produzione. Ma questo accordo vincola Electrolux per i prossimi tre anni».
Ricorda, con i compagni di lavoro, quando, nel 1988, in fabbrica c’erano poco meno di 2.400 tra operai ed impiegati? Quarant’anni dopo resteranno 748, per produrre 515 mila frigo, contro il milione e 200 mila pezzi di allora.
«Ci hanno assicurato 15 milioni di investimento, ma sono una bazzecola rispetto a quelli investiti dopo il 2014».
Il 2014?
«Altra brutta crisi. Con una differenza: allora il tema era quello dei diritti sindacali e dello stipendio che veniva messo in discussione, oggi il nodo è la stessa sopravvivenza della fabbrica: cosa accadrà fra tre anni?».
Il 12 novembre si terranno le assemblee di fabbrica per l’approvazione dell’intesa. Perché quel giorno?
«Abbiamo scelto quel giorno perché è l’anniversario dell’incendio di 26 anni fa, l’esplosione che investì alcuni nostri colleghi e che portò alla morte Luisa Ciampi. La ricorderemo e a lei dedicheremo quest’anno importante…».
Perché importante?
«Perché quello raggiunto è un accordo pulito, non ci sono peggioramenti delle condizioni di lavoro, c’è la tutela dei lavoratori con ridotte capacità lavorative, molti usurati dalla ripetitività delle catene di montaggio. C’è la possibilità di scegliere di uscire dalle fabbriche con un sostegno economico e, se il governo lo finanzierà, ci potrebbe essere il contratto di espansione, con ricambio generazionale e vincoli di progetti futuri».
Le capita spesso di pensare alla pensione?
«Ebbene, ogni mattina, venendo a lavorare, immagino sempre la fabbrica che vorrei lasciare: noi sindacati, noi delegati di fabbrica ci siamo per far crescere le fabbriche, non per deindustrializzarle, tanto meno per chiuderle. Crediamo nell’espansione. Ecco, perché, vorrei immaginare che nei prossimi tre anni si possa transitare da un’intesa difensiva ad una espansiva. Nonostante tutto. Se lo meritano le lavoratrici e i lavoratori che ci hanno sostenuti in questi due giorni di trattativa, da casa, con lo sciopero di lunedì e le magliette di protesta del martedì».
È stata una vertenza lunga, cosa resta?
«Abbiamo lottato insieme per più di 6 mesi, con scioperi e iniziative che hanno reso visibile la nostra lotta. Grazie anche ai 28 sindaci che ci hanno ascoltato e sostenuti e un grazie particolare al sindaco Gianni Montesel del Comune di Susegana, che a nome di tutti i Comuni coinvolti, ha partecipato fisicamente alla trattativa. Il nostro impegno non finisce qui, dobbiamo garantire che l’accordo sia applicato correttamente e che non ci siano, da parte padronale, interpretazioni scorrette. Noi ci siamo».
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