«Pfas, pozzi a rischio ma acquedotti al sicuro»

Parla il geologo: «Discariche, industrie e agricoltura possono contaminare l’acqua prelevata negli strati più alti della falda. I Comuni ci chiamino a vigilare»

TREVISO. La Regione Veneto, che ieri ha discusso l’emergenza Pfas in consiglio, dispone maggiori e più frequenti controlli anche fuori dalla zone inquinate del Vicentino e del Padovano. L’Arpav, intanto, rassicura sui pozzi della Marca trevigiana: ribadisce che non ci sono concentrazioni allarmanti laddove sia stata riscontrata presenza di Pfas (le sostanze perfluoro cloridriche e alchiliche). Ovvero in 13 Comuni.

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E mentre ci sono sindaci, come quello di Casier, che invocano controlli anche nei comuni sin qui non monitorati dai test dell’agenzia regionale, si fanno senitre anche i geologi. Gian Pietro Frare, sul campo, o meglio nel sottosuolo da oltre 30 anni, allarga mataforicamente le braccia: «Si è perduto solo tempo, già 25 anni fa, quando sorse il problema delle discariche ed era stato lanciato l’allarme sulle falde», premette, «La questione non si pone tanto per l’acqua che beviamo, perché gli acquedotti pescano a profondità di 180 metri, e anche più sotto. Ma per i pozzi privati, che spesso pescano negli strati più alti, potenzialmente contaminabili».

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È l’ennesima conferma che il nodo sono le migliaia e miglia di pozzi privati presenti nel nostro territorio. E sicuramente, fra questi, quelli aperti in alcune località. «Non mi sorprende che spuntino fuori valori di Pfas nella zona fra le colline e la fascia a nord delle discariche, o in Comuni come Casale e Istrana», continua Frare, «e attenzione, non ci sono solo le discariche. I fattori di rischio sono tre: le discariche o ex discariche appunto, gli scarichi delle industrie e l’agricoltura. Ci sono state denunce per l’uso massiccio di un diserbante, il glifosate (sospettato di essere cancerogeno: la Ue ha appena ridotto l’autorizzazione al suo uso da 15 a 7 anni ndr), nell’area delle ex cave di Marocco: attenzione, sono tutte sostanze che poi dilavano quando piove. E così le sostanza usate nelle grandi coltivazioni: se finiscono in falda, non spariscono mica seguendo lo scorrimento delle acque, ma restano lì per anni e anni, specie fino ai 100 -120 metri».

Poi, non bisogna dimenticare, ci sono i pozzi cui si abbeverano, letteralmente, tutti i trevigiani non allacciati all’acquedotto. E restiamo al solo uso alimentare diretto, senza considerare altri utilizzi che finiscono nella catena alimentare più complessa. Che sono, secondo alcune stime, almeno il 5% della popolazione, dunque quasi 50 mila trevigiani: come dire Conegliano e Oderzo messi assieme.

«Certo, costa tirare tubi in zone più isolate, dove non ci sono frazioni, così come costa fare esami approfonditi e completi sulle acque prelevate dal sottosuolo», insiste Frare, «è evidente che sui pozzi privati vanno intensificati i controlli, così come in generale sulle falde. Lo dico almeno per le zone più esposte a rischio».

Soluzioni e ricette? Frare si appella ai sindaci: «Credo sia ora che tutti, ma davvero nessuno escluso nei 95 Comuni, si rimbocchino le maniche. E affrontino davvero una volta per tutte il problema del sottosuolo nel suo complesso. Che vuol dire acqua, ma anche assetto del territorio», conclude il geologo, «penso alla stipula di un contratto di consulenza con un geologo, che monitori almeno 3 volte l’anno lo stato del territorio e del sottosuolo. Lo specialista può attivarsi subito in situazioni di rischio sotto il profilo dell’inquinamento idrico, ma i benefici sarebbero infiniti: la nostra presenza impedirebbe sciagurati tombinamenti di fossati, così come le cementificazioni in aree a forte rischio idrogeologico, o altri interventi scriteriati».

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