Padovan: ecco perché voglio la pensione

L’uomo dell’anticasta si schiera con i parlamentari che difendono i loro soldi: «Già perso una volta i soldi dati allo Stato»

Il nome di Fabio Padovan, presidente della Life Veneto, spunta dalla lista dei parlamentari che hanno fatto ricorso contro i tagli ai vitalizi dei parlamentari, ed è una sorpresa. Una sorpresa perché la storia dell’imprenditore di Santa Lucia è, fin dagli esordi, quella di un uomo anticasta che alle comode potrone del potere romano ha sempre preferito la mobilitazione sul territorio. Dalle frizioni con Bossi sulle modalità della battaglia contro il confino dei mafiosi, alle primissime barricate delle «partite Iva» in contrapposizione al centralismo di Roma: le scelte di Padovan sono sempre andate nella direzione della Lega di lotta, rifuggendo la strategia della Lega di governo. La sua esperienza di parlamentare è stata breve (’92-’94 quando ci fu il ribaltone di Bossi) e lo sarebbe stata ancora di più se il Carroccio avesse accolto la lettera di dimissioni del ’93 con cui Padovan annunciava l’intenzione di lasciare Montecitorio per poter seguire più da vicino il suo territorio.

Cos’è è successo Padovan? L’abbiamo lasciata sulle barricate contro la casta, la ritroviamo ora su quelle della casta per difendere i suoi privilegi. Perché si è opposto al taglio dei vitalizi dei parlamentari?

«Per me questa non è una battaglia della casta, ma una battaglia giusta. Sono contrario alla riforma delle pensioni: non solo non risolve i problemi dell’Italia, ma impone sacrifici inutili in un Paese che è allo sfascio: è come mettere acqua in un sacco pieno di buchi. E’ una presa in giro, i sacrifici chiesti servono solo a rimpinguare le casse di qualche banca. O di qualche banchiere. Il Veneto, da solo, con il suo Pil che è pari a quello della California, sarebbe in grado di alzare le pensioni del 30% o, comunque, di una percentuale minore abbassando però l’età pensionabile. E poi c’è una questione personale».

Una questione personale?Di che cosa si tratta?

«Dall’82 al 90 sono stato dirigente nell’azienda di mio padre e ho versato contributi per 80 mila euro. Poi mio padre è morto e io sono diventato amministratore unico. Risultato:ho perso tutti quei contributi, 155 milioni di vecchie lire, perché non ricongiungibili. Sono diventato deputato e dal ’92 al ’94 ho versato 42 mila euro di contributi più altri 38 mila in 8 anni a titolo di integrazione. Complessivamente ho dato allo Stato 165 mila euro. Che cosa mi torna indietro? Un vitalizio di 2 mila euro netti al mese a partire dai 60 anni. Con i tagli ai vitalizi, invece, mi spostano la pensione a 65 anni. Non direi proprio che la mia è una battaglia per tutelare la casta: chiedo solo di avere i miei soldi alla scadenza stabilita»

E’ un sacrificio, certo. Ma sacrifici sono stati chiesti a tutti, parlamentari compresi.

«Chiedere a chi lavora di allungare i termini della pensione è contro-natura. Una persona deve poter andare in pensione all’età stabilita nel momento in cui aveva iniziato a lavorare. Ripeto, questa riforma è un palliativo e grida vendetta»

Sabrina Tomè

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