Treviso, l’arte di salvarsi: miracolo o identità?

Ancora una volta la TvB rinasce quando tutto sembra perduto: tra errori corretti in corsa, protagonisti inattesi e un Palaverde che non molla mai, la salvezza diventa un rito collettivo che racconta molto più di una stagione

Fabrizio BrancoliFabrizio Brancoli
Ed Croswell
Ed Croswell

L’ennesima prodezza emergenziale della TvB, capace di risorgere ancor più che di salvarsi, farebbe venire voglia di una lettura quasi antropologica. Perché questa cosa accade ogni volta a Treviso, ogni anno, sempre più clamorosamente. Con persone e storie diverse, ma con un dato comune: un Palaverde che mugugna ma non desiste e accetta di soffrire, in cinquemila, compatto, respingendo la rassegnazione. Tutti insieme. Aggrappati all’ultima gomena, improvvisamente forti e determinati, capaci di dire al basket italiano, con una voce sola e unita, che la serie A resterà qui.

 

È successo di nuovo. Stavolta alla penultima giornata. Una squadra che resuscita dall’oltretomba e trasforma ogni bruco in farfalla. E prima di analizzare le ragioni, gli innesti decisivi, i cambi di rotta, le esplicite o implicite ammissioni di una costruzione inizialmente insufficiente, viene l’istinto di danzare con le metafore. È una storia molto italiana, che parla di risorse estratte dove si pensava che fossero esaurite, una storia che sa di Italia ai mondiali di calcio o di Nadal a Melbourne 2022 contro Medvedev, sotto di due set.

Siamo alla gloria della protezione civile nei momenti più bui: le spalle al muro, in certe situazioni, diventano una molla e un innesco per reagire.

Quante volte l’hai provato? Ti pronosticavano un fallimento, all’esame di procedura civile o di anatomia, in pizzeria con quella ragazza o quel ragazzo che ti piaceva, al colloquio per l’assunzione, in banca quando c’era da saldare il mutuo, in negozio quando i conti non tornavano, eppure ce l’hai fatta perché hai sfoderato quello che neppure sapevi di possedere. Se non è finita, ci possiamo salvare all’ultima (o alla penultima) partita, tutti. Quante rimonte hai compiuto, nella vita? Ti hanno insegnato qualcosa?

 

Ed Croswell, perfetto a Cantù, è stato preso per essere un equilibratore, non un fulcro. Semplifica in modo decisivo le letture per gli esterni. Ha punito le difese che collassavano più tardivamente sotto canestro; e nei giochi a due, quelli amati dal suo coach, ha fatto la differenza portando blocchi solidi, rollando forte verso il ferro, costringendo le difese ad adeguarsi.

JP Macura è stato il cobra ispirato del quale si sentiva bisogno da anni e a Sassari ha segnato un canestro che valeva una stagione. Alessandro Cappelletti ha preso in mano il joystick biancoazzurro e non l’ha più mollato, garantendo una quota impressionante di idee chiare, finalmente. E tutti gli altri, ovvio.

Ma soprattutto Marcelo Nicola, progettista e costruttore della nuova struttura TvB: con lui Treviso ha guadagnato soluzioni a campo aperto, coinvolgimento dei lunghi, una ricerca sistematica del lato debole (quello dove non c’è la palla). Ribaltamenti, handoff (passaggi consegnati nelle mani del ricevente), giochi alto-basso: il suo contributo è stato culturale prima ancora che tattico. Un basket più semplice e fluido, per chi si diverte a giocarlo. Questo coach-Cincinnato, innamorato della città, è stato un protagonista assoluto, emozionante.

 

Un club che ha saputo sistemare gli errori con intuizione, umiltà, competenza e talento. E un tifo che sa stare con la sua squadra anche quando lei pare fare di tutto per respingerlo.
Ora, per favore, smettete di portarci sulle montagne russe: che sapete viaggiarci l’abbiamo capito. E per una volta, magari, decollate subito.

 

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