Fabris (presidente Lega Volley femminile): «La Turchia è un modello? Sì, grazie ai tanti italiani ingaggiati»
La risposta al presidente turco: «Da noi si viene anche per i soldi, da loro solo per quello. Hanno organizzato quattro finali Champions per vincerne una»

«I turchi? Hanno pagato per organizzare 4 Champions per riuscire a vincerne una». Mauro Fabris, presidente della Lega Femminile Volley non usa troppi giri di parole quando parla della rivalità tra il volley italiano e quello turco. Il presidente della Lega Pallavolo Serie A Femminile dal 2006, difende il modello italiano, attacca la VNL definendola «un torneo inspiegabile, che fa male ai giocatori e fa cassa alla Fivb» e rivendica la crescita di un movimento che, in vent’anni, è passato dall’essere «la Cenerentola dello sport italiano» al campionato più competitivo del mondo.
Presidente, che momento sta vivendo oggi la pallavolo femminile italiana?
«Quando arrivai vent’anni fa non c’erano sponsor, non c’era visibilità televisiva e non c’era identità. Oggi invece siamo ai vertici mondiali. È stato un percorso costruito attraverso scelte precise: il campo rosa, la web tv quando ancora nessuno trasmetteva online, il cambio degli orari delle partite e soprattutto il fair play amministrativo: se una società non ha i requisiti economici non si iscrive, questo ha dato credibilità al movimento a un movimento di cui il 90% sta in piedi grazie agli investitori privati e agli sponsor.»
Negli ultimi mesi è nato anche uno scontro con il modello turco. Cosa risponde alle critiche arrivate dalla Turchia?
«Io non vivo questa cosa come una polemica. I dati parlano da soli. In Turchia allenano sei allenatori italiani e il commissario tecnico della nazionale turca è italiano. Questo significa che la scuola italiana continua a essere un riferimento mondiale».
Però il presidente turco ha detto che anche in Italia si viene soprattutto per i soldi.
«Da noi vengono anche per i soldi, da loro vanno solo per i soldi. Questa è la differenza. In Italia le atlete vengono perché trovano un campionato competitivo, un ambiente serio e una qualità tecnica altissima».
Eppure il potere economico turco sembra enorme.
«E nessuno lo nega. Hanno club potentissimi e un sistema diverso dal nostro. Però in Italia esiste un ecosistema che produce qualità. Se così siamo ai vertici mondiali, non oso immaginare dove potremmo essere con le risorse economiche turche».
Lei ha scherzato anche sul fatto che dopo gli allenatori italiani in Turchia potrebbero arrivare pure i dirigenti…
«Eh, a questo punto manca solo un presidente italiano della federazione turca e poi abbiamo chiuso il cerchio».
Il problema è anche il calendario?
«Certamente. Ci sono squadre che giocano da ottobre a marzo e altre che vanno avanti fino a maggio giocando ogni tre giorni. Così diventa difficile programmare e dare continuità agli investimenti».
Quest’anno però il campionato italiano è sembrato molto più equilibrato rispetto al passato.
«Ed è la dimostrazione che resta il campionato più competitivo del mondo. Conegliano ha vinto ancora, ma quest’anno ha dovuto soffrire molto più del solito. Basta guardare le sfide con Novara, Vallefoglia e tante altre partite che non erano più scontate. Anche squadre considerate minori oggi giocano a ritmi altissimi».
Qual è allora il vero limite della pallavolo italiana oggi?
«Gli impianti. È il grande tema irrisolto. Alcuni palazzetti non sono più adeguati a una Serie A1 cresciuta tantissimo. Basta vedere Conegliano: i biglietti finiscono in pochi minuti. Questo significa che il movimento sta crescendo più velocemente delle strutture che ha a disposizione».
Lei ha fatto capire che il suo ciclo alla guida della Lega sta finendo. È davvero così?
«Io resterò vicino al movimento, però credo sia giusto aprire una nuova fase. Servirà ancora una figura super partes, perché un presidente troppo legato a un club rischierebbe di dividere. Secondo me potrebbe anche essere arrivato il momento di una donna presidente».
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