Dall’Nba coach Atkinson fa lezione in Ghirada: «Qui è iniziata la rivoluzione»

L’allenatore dei Cavs all’Eurocamp Nba a Treviso tra ricordi e il futuro: «Città fantastica, ho cenato in centro e nel posto dove è nato il tiramisù. Gherardini ha dato il via all’arrivo degli europei oltreoceano, proprio da qui»

Ubaldo Saini
Kenny Atkinson all'Eurocamp in Ghirada
Kenny Atkinson all'Eurocamp in Ghirada

 

Quali caratteristiche deve avere un coach per arrivare ad essere il migliore della Nba? Profonda conoscenza del gioco, empatia, memoria, capacità di connettersi con chi si ha di fronte. Kenny Atkinson ha tutte queste caratteristiche, e molti altri pregi.

Il 59enne nativo di Huntington, NY, ha giocato in Europa negli anni Novanta, poi dopo il ritiro nel 2004 ha intrapreso la carriera di allenatore, che lo ha portato a vincere un titolo Nba nel 2022 con Golden State come assistente, e a diventare coach of the year nella stagione 2024/25 con i Cavs, franchigia che ha allenato negli ultimi due anni e che lo vedrà ancora al comando nella prossima stagione. «Treviso è una città dalla grandissima tradizione sportiva - dice Atkinson - ha avuto il basket e la pallavolo ad altissimi livelli, il rugby è ancora molto forte. Lo scenario per il camp è assolutamente perfetto, la Ghirada è un gioiello».

Coach Atkinson, cosa le piace in particolare di Treviso?

«Adoro girare le città quando si stanno svegliando, camminare a piedi per le strade e i vicoli. Gustarmi un espresso seduto al bar, non da portare via. Mi piace fare le cose con calma, senza farmi prendere dalla frenesia. Treviso è incantevole, ho cenato in centro e sono stato davvero bene. Qui la qualità della vita è molto alta. E mi piace che ci siano tanti posti dove si può camminare tranquillamente e liberamente. Perché non abbiamo copiato un modello simile negli Stati Uniti? Follia pura... Tutto questo aiuta l’interazione sociale, lo scambio di idee e di culture. Lo trovo meraviglioso. E poi c’è il tiramisù: sono stato nel posto dove è stato inventato e l’ho provato. Era così liscio, così perfetto, che sembrava di mangiare burro, Ed è così dolce e buono. Siete davvero fortunati».

Nella sua carriera da giocatore era già stato in Italia. Ed è stato bellissimo il saluto con l’arbitro trevigiano Roberto Chiari, del quale si ricordava dopo oltre trent’anni.

«È stato un vero piacere rivederlo, mi ricordo benissimo di lui. Ho giocato a Napoli, la mia migliore esperienza in Europa, anche se a fine anno siamo retrocessi (era la stagione 1997/1998, ndr). Ma la passione che avevano i fan era incredibile. Ho ricordi dei derby con Avellino e Pozzuoli: giocavamo in A2, non era certo la Nba, ma c’erano addirittura i fuochi d’artificio al palazzetto. Vennero i miei genitori a vedermi giocare e pensarono che fosse assolutamente folle. Ricordo che dopo gli allenamenti c’era una squadra di pallavolo dopo di noi, li guardavo giocare e pensavo: “Mamma mia!”. Ma la cosa più incredibile era il calcio: sono andato un paio di volte allo stadio e mi sono rimasti impressi i cori per Maradona. Anche se non giocava più lì, l’amore che i tifosi avevano per lui era qualcosa di indescrivibile».

Cosa pensa del basket europeo?

«Ogni anno nella Nba aumenta il numero di giocatori stranieri: ora siamo attorno al 30%, un dato impensabile vent’anni fa. In Europa il livello di coaching e di sviluppo dei giocatori è altissimo. I campionati, come quello italiano, sono molto competitivi. Sono stato a Venezia per seguire le sfide dei playoff contro la Virtus e Niang, che è stato scelto l’anno scorso dai Cavaliers al draft col numero 58. C’era un tifo indiavolato, e credo che questa sia la miglior formazione possibile per i giocatori, che devono aver a che fare col tifo caldo, un ambiente che mette pressione. Spero che tutto ciò continui».

Cosa serve a livello infrastrutturale per competere con la Nba?

«Più investimenti. A Venezia si gioca in un palazzetto da tremila posti, ma so che ne stanno costruendo uno nuovo: ho visto i lavori in corso e sono notevoli, ed è quella la direzione giusta. Servono maggiori investimenti anche a livello di staffing, per avere più coach che possano supportare lo studio e il miglioramento delle performance, le analisi dei dati. Il livello è alto, ma si può fare ancora meglio».

Qual è stata l’evoluzione della Nba grazie agli europei?

«Ricordo quando Marciulionis arrivò nella Nba e credo sia stato il primo ad aver mostrato l’eurostep (un movimento di attacco reso popolare da Ginobili, ndr). All’inizio non lo faceva nessuno, gli fischiavano sempre violazione di passi. Ora invece è nel bagaglio tecnico di molti. Poi ci sono stati dei centri, come Sabonis, che avevano doti di playmaking e che tirano da fuori: Jokic è un’evoluzione di tutto questo. Da allenatore per me è stato un vantaggio conoscere il basket europeo, avendo giocato qui. In Nba è arrivato Toni Kukoc, che giocava qui alla Benetton, e ha cambiato la Nba, aumentando le spaziature. E tutto questo è cambiato per un giocatore che veniva da qui, e che ha imparato queste cose qui. Ne ho parlato con Maurizio Gherardini, che riusciva a ingaggiare tanti giocatori alti che sapevano tirare bene da fuori: ha creato una piccola rivoluzione che è arrivata ad impattare nel nostro campionato. Ed è partito tutto da qui, da Treviso».

 

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