Calcio, l'amarcord di Bonavina: "Quel Treviso era un puzzle perfetto"

L'avvocato (ora assessore) racconta gli anni dell'incredibile cavalcata dall'Interregionale alla Serie B

TREVISO. Diego Bonavina oggi è avvocato e politico di successo. Che sarebbe diventato qualcuno lo si era capito da quando giocava: in quel Real Treviso lui era la mente. Con la maglia n. 8, quella che una volta era della mezzala sinistra, organizzava l’azione, aveva visione di gioco ed ogni tanto puntava a rete. Centrocampista moderno, si direbbe oggi: veniva dal Mantova, era stato anche al Giorgione. E soprattutto fu tra i grandi protagonisti di tre promozioni consecutive: 1994-1997. Chi non ricorda quel Treviso che passò in tre anni dall’Interregionale alla serie B, guidato da Bepi Pillon? Una miracolosa combinazione di cellule, mosaico creato dal mai abbastanza compianto presidente Giovanni Caberlotto e dal ds Renato Favero. Li ricordiamo, quei fantastici giocatori. Andrea Pierobon, portiere essenziale, Checco Maino “el peà”, una furia sulla fascia destra dove faceva “catena” con il folletto Alex De Poli, il bomber Pippo Florio, l’aitante Loris Pradella, riserva alla Samp di Mancini-Vialli, Andrea “Boscoletto” Boscolo, dinamo del centrocampo, Stefano Lombardi, gagliardo difensore, Ezio Rossi, centrale difensivo dalla calma olimpica, Lele Pasa, regista di gran classe, lo stantuffo Beppe Margiotta.Il ricordo di quel leggendario Treviso non può acuire il rimpianto di vedere i suoi eredi languire in Promozione, oltretutto senza aver quest’anno quasi mai giocato.

Bonavina, il calcio lo segue ancora in prima persona?

«Chiaro: per me è soprattutto una passione che non tramonta mai, poi me ne occupo professionalmente. È sempre facile parlare dopo, bisognerebbe mettersi all’inizio del percorso per capire il significato di una decisione. Io sono sempre stato critico sul fatto che riprendesse tutto meno lo sport, prova ne sia che con lo sport e il calcio fermi siamo tornati in arancione. Però capisco anche che con tutti i comitati scientifici che ci sono fermarsi è stata una scelta legittima, anche se io l’ho contestata fin dall’inizio. Il danno, enorme, c’è stato. E non solo per chi lo fa come lavoro ma anche per le migliaia di giovani e relative famiglie. Credo che l’unica via d’uscita sia vaccinarsi: quando ci saranno dosi per tutti usciremo da questo incubo».

Il club di un ricco capoluogo di provincia oggi nel calcio proprio non riesce a decollare. Perché?

«C’è anche una bella dose di sfortuna. Non mi ricordo altre società che abbiano avuto tanti fallimenti, ma proprio ora che finalmente si era arrivati a vedere la luce, con una società nuova e stabile, idee chiare ed una squadra costruita per vincere, si blocca tutto. Anche perché poi star fermi comporta danni clamorosi anche all’attività commerciale: come fa un’azienda, già in crisi per la pandemia, a voler investire nel calcio?».

Qui tutti gli altri sport prosperano, non il calcio.

«Quando si stava iniziando a fare un certo percorso c’era Benetton con basket, pallavolo e rugby e in Formula Uno. Il calcio è sempre stato lo sport “debole”, bisognerebbe ricostruire per le nuove generazioni quell’entusiasmo che il nostro Treviso aveva creato».

È in contatto con qualcuno?

«Siamo sempre una famiglia: ci sentiamo, ci vediamo. Siamo diventati vecchi ma il nostro spirito è quello. E ogni tanto ci raccontiamo qualche episodio di quella avventura meravigliosa vissuta in maglia biancoceleste. Io credo che delle tre la promozione più bella sia stata la prima, quella dall’Interregionale alla D, l’inizio di un percorso pazzesco. Penultima di campionato, a Trieste in casa della capolista ed obbligati a vincere. E vincemmo all’85’ con una rete di Pradella su mio assist (7 maggio 1995, al Rocco, punizione di Bressan, sponda di testa proprio di Bonavina e capocciata del Pradellone, ndr): Pillon per tutto il campionato ci aveva fatto provare quello schema ma invano, ci riuscì esattamente nella gara decisiva… L’avessimo pareggiata non ci sarebbe stato tutto il resto».

Ma cosa aveva di magico quel gruppo?

«Era un puzzle dove ogni pedina si incastrava perfettamente. Dall’Interregionale alla B quel Treviso cambiò solo due titolari. Dopo 25 anni vi svelo un particolare: per costruire quella squadra ci misi del mio. Consigliai io a Favero di prendere Pasa, Rossi, Pradella, li conoscevo come uomini straordinari ed ottimi giocatori, sapevo quanto valevano. Non più ragazzini ma autentici pilastri».

Un miracolo irripetibile quel grande Treviso, o no?

«Io di santi non ne scomodo ma fu qualcosa di incredibile. Credo che solo il Parma abbia fatto tre promozioni consecutive. Vi racconto quest’altra. Avevo appena smesso di giocare col Treviso, ero alla presentazione di un libro che rievocava quelle imprese. Dissi: “Ricordatevi che fra 30 anni saremo ancora qui a parlare di quelle partite irripetibili”. Ed infatti ne stiamo parlando. Mamma mia, al secondo anno in B dopo il girone d’andata eravamo primi con 5 punti di vantaggio sulla quinta».

Poi che successe?

«Io mi ruppi il ginocchio, idem Beghetto. Se la società a gennaio avesse investito sul mercato non ci saremmo trovati con la rosa corta. Invece così pagammo. Ma c’era un entusiasmo straordinario, avrei potuto sbagliare un gol a porta vuota che tanto i tifosi mi applaudivano lo stesso».

Il presidente Giovanni Caberlotto: irripetibile anche lui.

«Mancò il 3 marzo 1997, nel pieno delle nostre imprese. Ricordo che all’andata con la Triestina, al Tenni, facemmo la miglior prestazione di sempre. Perdemmo 1-0 e loro andarono a +5. Il martedì Giovanni venne in spogliatoio: “Ragazzi, io credo di non aver mai visto un calcio simile, siete stati tutti bravissimi, a cominciare dall’allenatore. Pillon è confermato anche per il prossimo anno”. Capite? Nel momento peggiore ci diceva che lui ci credeva, lui che aveva creato quel miracolo".

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