Il vicepresidente di Confindustria Veneto Est: «L’acqua come leva per attrarre lavoro di qualità a Treviso»
La riflessione di Walter Bertin: «Difficile trovare manodopera: occorre proporre una città nella quale valga la pena vivere». L’idea di un contest tra startup per valorizzare il patrimonio del capoluogo, con la collaborazione dell’Università Ca' Foscari

Palazzo Giacomelli guarda la Riviera Garibaldi da una delle posizioni più suggestive della città. Basta attraversare la strada per arrivare alla stele che ricorda il punto in cui “Sile e Cagnan s’accompagna”, il verso con cui Dante ha consegnato Treviso alla storia.
È qui che Walter Bertin riceve spesso imprenditori, manager e ospiti arrivati da fuori. E quasi sempre, prima o dopo una riunione, li accompagna a fare due passi lungo Riviera Garibaldi, tra i canali e i Buranelli, fino al cuore della città d’acqua. Perché, racconta, è in quei pochi minuti che molti comprendono subito ciò che i trevigiani finiscono per dare quasi per scontato: il valore di un luogo dove l’acqua non è soltanto paesaggio, ma qualità della vita. «Le aziende possono crescere grazie al fatto che tu attiri le persone».
Il mondo produttivo
È da questa convinzione che il vicepresidente di Confindustria Veneto Est spiega perché il progetto “Treviso città d’acque” riguarda anche il mondo produttivo. Non è una questione di marketing turistico, ma di attrattività.
«Oggi le imprese faticano a trovare personale e convincere professionisti, ricercatori e famiglie a trasferirsi passa anche dalla capacità di offrire una città riconoscibile, vivibile e capace di distinguersi» evidenzia Bertin.
Non si tratta soltanto di attrarre quelli che spesso vengono definiti “talenti”. Servono persone con competenze, esperienza e voglia di costruire qui il proprio futuro. E perché questo accada non basta offrire un buon posto di lavoro: occorre proporre una città nella quale valga la pena vivere e immaginare un progetto di vita.
L’adesione
Per questo anche Confindustria si dice disponibile a sedersi al tavolo per dar vita al brand “Treviso città d’acque”. Dopo l’apertura del Comune, la disponibilità di Ca’Foscari e il coinvolgimento della Fondazione Benetton Studi Ricerche e della Fondazione Marca Treviso, arriva anche l’adesione del sistema delle imprese.
Un tassello che amplia ulteriormente il progetto e aggiunge una prospettiva nuova: quella dello sviluppo economico. Secondo Bertin, Treviso possiede già gran parte degli elementi necessari. «È una città raccolta, attraversata dai corsi d’acqua, nella quale il centro storico dialoga con il Sile, la Restera e un paesaggio che in pochi minuti accompagna verso il verde – spiega – Una ricchezza che chi arriva da fuori coglie immediatamente, mentre chi la vive ogni giorno rischia di non vedere più».
Lo racconta attraverso un episodio semplice: una passeggiata serale con un collega arrivato da Reggio Emilia. Tra la Pescheria, i locali affacciati sull’acqua e la vita del centro, lo stupore dell’ospite diventa quasi una conferma di quanto Treviso abbia un patrimonio ancora poco raccontato.
Cosa serve ora
Ma perché questo patrimonio diventi davvero un elemento distintivo serve qualcosa in più. «Non possiamo mettere tutto sulle spalle del sindaco – osserva – Le amministrazioni hanno molte cose da affrontare e poi nel tempo cambiano anche i protagonisti. Un progetto di questo tipo deve appartenere prima di tutto ai cittadini. È la comunità, prima ancora delle istituzioni, che deve riconoscere nell’acqua un tratto identitario e imparare a considerarla un valore da proteggere e promuovere».
Per il vicepresidente di Confindustria il brand “Treviso città d’acque” possiede una forza che definizioni più generiche, come “città d’arte”, non riescono ad avere. L’acqua è una caratteristica immediatamente riconoscibile, capace di tenere insieme paesaggio, cultura, sostenibilità, benessere e qualità della vita. Sotto questo “ombrello”, osserva, possono trovare spazio molte altre esperienze e progettualità.
La proposta
Ed è proprio dal mondo dell’innovazione che arriva la proposta più originale. Bertin immagina una sorta di challenge aperta a startup, giovani progettisti e gruppi di lavoro, anche internazionali, chiamati a confrontarsi su una domanda semplice: come immaginare la Treviso città d’acque dei prossimi anni?
«L’idea è mettere insieme chi la conosce da sempre e chi la guarda con occhi nuovi, perché spesso sono proprio gli sguardi esterni a cogliere opportunità che chi vive quotidianamente un luogo finisce per non vedere». È un metodo che Bertin prende direttamente dal mondo dell’innovazione.
«Nelle aziende quando serve trovare un’idea nuova spesso si affidano problemi complessi a gruppi di lavoro composti anche da persone esterne, capaci di osservare la realtà senza abitudini e pregiudizi» fa notare Bertin, «Lo stesso approccio potrebbe essere applicato a Treviso, coinvolgendo giovani, startup e creativi italiani e stranieri per immaginare il futuro della città d’acque».
Tandem con l’università
In questo percorso, conferma il vicepresidente di Confindustria, un ruolo decisivo deve averlo anche Ca’ Foscari. Un’Università oggi ancora poco percepita nella vita quotidiana della città, avrebbe l’occasione di integrarsi molto di più con il territorio, mettendo a disposizione ricerca, competenze e la capacità di intercettare finanziamenti.
Un motivo in più per partecipare al tavolo che sta nascendo. Confindustria è pronta a fare la propria parte. Perché una città capace di attrarre persone è anche una città che offre maggiori opportunità alle imprese. E perché, conclude Bertin, un brand funziona soltanto quando riesce a raccontare ciò che un territorio è davvero, trasformando una sua caratteristica distintiva in una visione condivisa del futuro.
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