Treviso, l’assessore Zampese chiama Ca’ Foscari per la gestione del patrimonio d’acqua
Dal Comune sì alla partnership con Venezia. Zampese: «Il valore aggiunto dell’Università starebbe proprio nella capacità di offrire una linea scientifica e tecnica»

«Prima di ramificare bisogna fare un bel tronco». Sandro Zampese sceglie una metafora semplice per spiegare quale dovrà essere il primo passo di “Treviso città d’acque”. Prima degli eventi, dei percorsi turistici e delle iniziative culturali, serve costruire una base solida.
Come funziona
È con questo spirito che l’assessore comunale alla Rigenerazione urbana raccoglie la proposta avanzata dal docente di Marketing di Ca’ Foscari, Francesco Casarin, e apre alla nascita di un tavolo di lavoro permanente dedicato al futuro della città e del suo patrimonio d’acqua.
L’idea è creare un luogo stabile di confronto, magari proprio a Palazzo Rinaldi, capace di riunire amministrazione comunale, università, associazioni, categorie economiche e le realtà che già lavorano attorno ai fiumi. Non un progetto calato dall’alto e nemmeno un organismo composto da decine di persone, destinato a perdersi in una successione di riunioni. Zampese immagina piuttosto un nucleo operativo, formato da soggetti disposti a portare competenze, proposte e continuità.
«Si discute e si costruisce insieme – spiega Zampese – È un percorso che ci piace e che abbiamo nelle corde. Il primo confronto servirà a definire il metodo, comprendere cosa fare e cosa evitare, individuare le opportunità ma anche i possibili rischi».
Il valore aggiunto dell’Università starebbe proprio nella capacità di offrire una linea scientifica e tecnica, aiutando il Comune a ordinare una materia che presenta ramificazioni idrauliche, ambientali, storiche, culturali e urbanistiche. Il rapporto potrebbe rappresentare un’opportunità anche per Ca’Foscari, presente da anni a Treviso ma non sempre percepita come parte integrante della città.
Il punto di partenza
Il progetto potrebbe inserirsi nella prospettiva di un’università sempre più aperta al territorio: Treviso offrirebbe all’ateneo un campo di ricerca concreto, mentre Ca’Foscari metterebbe a disposizione studi, competenze ed esperienze utili a dare struttura e continuità al percorso. Il punto di partenza dovrà essere la storia idrografica e l’unicità del sistema trevigiano.
Le acque della città sono infatti il risultato dell’incontro tra natura e intervento umano. Da una parte ci sono le risorgive, i fiumi e i corsi d’acqua che emergono dal sottosuolo; dall’altra una rete modificata nei secoli con funzioni difensive, irrigue e produttive. È questa complessità a distinguere Treviso da Venezia. Il confronto con la città lagunare è inevitabile, ma rischia di diventare fuorviante.
Non solo turismo
«Dobbiamo distinguere l’acqua monumentale di Venezia dalla nostra» osserva l’assessore. Treviso non ha bisogno di imitare altri modelli o di proporsi come una Venezia in miniatura. Deve riconoscere la propria specificità: un’acqua che attraversa il centro storico, alimenta canali e rogge, lambisce edifici e giardini, ma che nei secoli ha avuto anche una funzione concreta nella difesa, nell’agricoltura, nel lavoro e nella vita quotidiana.
La valorizzazione di questo patrimonio, però, non può partire da un marchio turistico. «Prima del brand – sottolinea Zampese – deve nascere la consapevolezza dei cittadini. I trevigiani attraversano ogni giorno ponti e canali, spesso senza interrogarsi sulla loro storia. L’acqua viene percepita quasi come uno sfondo naturale del paesaggio urbano, mentre dovrebbe essere riconosciuta come un patrimonio e un elemento identitario. Bisogna far capire che abbiamo un tesoro». Il lavoro dovrà quindi coinvolgere anche la scuola ed esperienze già avviate, come il Festival d’Aqua e le attività condotte da associazioni e studiosi.
Il museo diffuso
Tra le idee indicate dall’assessore c’è un museo diffuso delle acque. «Non una sala chiusa, con reperti esposti nelle teche, ma un itinerario capace di trasformare la città stessa in uno spazio museale aperto – aggiunge Zampese – I fiumi, le rogge, le fontane, i ponti, le roste, i mulini e le testimonianze di Treviso sotterranea potrebbero diventare le tappe di un unico racconto. Il museo delle acque non è una stanza. È un sistema di percorsi, pannelli informativi e luoghi da attraversare. Il problema, semmai, è dare unità a contenuti che oggi risultano frammentati e scegliere “il vestito più adatto”».
Un ruolo importante dovrà essere riservato anche alle scuole e alle nuove generazioni. Seminare fin da piccoli la conoscenza del sistema delle acque significa evitare che in futuro sia necessario ricordare continuamente ai cittadini il valore del luogo in cui vivono. Visite, laboratori, concorsi artistici e progetti didattici potrebbero aiutare bambini e ragazzi a costruire un rapporto più consapevole con Treviso.
Le persone
«Prima di coinvolgere tutti e ramificare, devi fare un bel tronco», ribadisce Zampese. Un nucleo di persone che lavori, selezioni le priorità e dia un senso unitario alle iniziative. I rami, poi, potranno essere numerosi: storia, ambiente, turismo, arte, scuole e qualità urbana. Ma senza una struttura capace di tenerli insieme, il rischio sarebbe quello di accumulare idee destinate a rimanere isolate. Il primo passo, adesso, sarà molto semplice e concreto: una telefonata. Il Comune contatterà Casarin per fissare un incontro e cominciare a dare forma al tavolo con Ca’ Foscari.
Dopo tante idee, riflessioni e proposte, il progetto “Treviso città d’acque” potrebbe quindi iniziare proprio così: con un telefono che squilla e due interlocutori che decidono di sedersi allo stesso tavolo. Il primo piccolo gesto per costruire quel tronco dal quale, un domani, potranno nascere tutti gli altri rami.
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