Silea, la sindaca Trevisin: «Il Sile come fil rouge per unire il territorio»

Trevisin spiega che anche il suo Comune guarda con interesse al progetto Treviso città d’acque: «Occorre una visione condivisa. Pensare di fare da soli è un errore»

Domenico Basso
Un visitatore che immortala il cimitero dei Burci
Un visitatore che immortala il cimitero dei Burci

Chi percorre la Restera difficilmente si accorge del punto in cui finisce un Comune e ne comincia un altro. Il Sile continua a scorrere da Quinto a Treviso e poi a Casier, Silea, Casale senza fermarsi davanti ai confini amministrativi.

È da questa immagine che la sindaca di Silea Angela Trevisin parte per spiegare perché anche il suo Comune guarda con interesse al progetto Treviso città d’acque. «Pensare di fare da soli questa cosa è un errore», osserva, «la valorizzazione delle acque e del Sile in particolare ha bisogno di un’ottica condivisa».

Una visione condivisa

Il sì al tavolo che sta per prendere forma a Ca’ Sugana con il primo incontro tra Comune e Università Ca’ Foscari nasce proprio da questa convinzione. Per Angela Trevisin il fiume rappresenta un patrimonio che nessun Comune può raccontare da solo. Chi cammina o pedala lungo la Restera non si domanda dove finisca Treviso e dove inizi Silea. Vive un unico paesaggio. Per questo anche il progetto di valorizzazione dovrebbe imparare a ragionare oltre i confini amministrativi.

Ma è soprattutto un’altra osservazione a colpire. «Della Restera nessuno capisce niente», dice senza mezzi termini. Non è una provocazione. È una constatazione: «Uno dei percorsi più frequentati del territorio continua a essere quasi muto. Migliaia di persone lo percorrono ogni anno, ma nessuno racconta davvero che cosa stanno attraversando».

E poi Trevisin aggiunge: «Non c’è un pannello, non c’è nulla che spieghi cos’è quel posto. Noi sappiamo cosa rappresentavano i burci, il traino delle barche, la storia del Sile. Ma chi arriva da fuori non lo sa». Ed è forse questo il vero paradosso: uno dei luoghi più frequentati del territorio continua a essere vissuto più come uno spazio da attraversare che come un patrimonio da conoscere. Secondo Trevisin è proprio qui che il progetto Treviso città d’acque potrebbe fare la differenza.

Raccontare il patrimonio

Prima ancora del marketing e della promozione, serve rendere leggibile il territorio. «Per amare un luogo bisogna prima capirlo», afferma la prima cittadina di Silea. Il paragone nasce da un recente viaggio fatto a Minorca.

Lì, racconta la sindaca, ogni sentiero, ogni tratto di costa, ogni area naturale è accompagnata da pannelli che spiegano il paesaggio, la fauna, la flora e le ragioni delle scelte di tutela. Chi visita quei luoghi comprende subito dove si trova e perché quel patrimonio sia così prezioso. «Qui, invece, non sappiamo raccontare nemmeno le piante, gli animali o la storia del Sile. Eppure non servirebbe molto. Rendere intelligibile un luogo è il primo passo per farlo amare».

Da qui nasce anche una riflessione più ampia. Negli ultimi anni si è parlato molto di turismo lento, piste ciclabili e cammini lungo il fiume. «Ma la prima cosa da fare», osserva, «è spiegare ai visitatori dove sono». Le mappe aiutano a orientarsi, ma non bastano. Chi sceglie un turismo di qualità cerca anche storie, identità e memoria. Se queste mancano, il rischio è attraversare un luogo bellissimo senza comprenderne il significato. Per questo la sindaca guarda con interesse al tavolo che sta prendendo forma. Comuni, Università, Fondazione Benetton, Dmo, Parco del Sile e associazioni, secondo lei, dovrebbero condividere una visione comune.

Una sola voce

Per Trevisin il valore del tavolo sta proprio qui: trasformare tante iniziative oggi isolate in un progetto capace di parlare con una sola voce. Non mancano, però, alcune osservazioni critiche. Trevisin ricorda, ad esempio, come il recente workshop promosso dalla Fondazione Benetton sul tema dei burci si sia svolto nel territorio di Silea senza un reale coinvolgimento del Comune.

«Se si lavora su un territorio, credo sia importante dialogare con chi quel territorio lo amministra. Anche il Parco naturale regionale del Fiume Sile», aggiunge, «potrebbe e dovrebbe rappresentare un interlocutore decisivo in questo percorso. Un progetto di valorizzazione delle acque non può limitarsi a mettere insieme singole iniziative, ma deve riuscire a coordinare competenze, conoscenze e responsabilità». La riflessione si allarga al modo stesso di amministrare. «Le azioni arrivano quando prima ci sono i pensieri condivisi», conclude, «solo allora anche il Sile potrà diventare il filo che unisce un territorio».

 

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