Come l’acqua può unire Treviso, Casagrande: «Serve un'identità condivisa»
La presidente della Fondazione Dmo Marca Treviso: «Prima di promuovere una destinazione bisogna costruire una comunità che si riconosca nel proprio territorio. Dobbiamo capire chi siamo»

Che cosa viene prima: un marchio o un’identità? È una domanda solo apparentemente teorica. Ma è da qui che prende forma la conversazione con Giulia Casagrande, presidente della Fondazione DMO Marca Treviso. Mentre il progetto “Treviso città d’acque” continua ad alimentare il dibattito sul futuro del capoluogo, lei invita quasi subito a cambiare prospettiva. Prima ancora di pensare ai visitatori, bisogna capire che cosa una città racconta di se stessa.
Capire chi siamo
Negli ultimi anni si è parlato spesso di marketing territoriale, di promozione, di brand. Casagrande, invece, sposta il baricentro della riflessione su un terreno più profondo. «Se manca la consapevolezza di chi siamo e del luogo in cui viviamo, anche il racconto verso l’esterno rischia di rimanere superficiale.

Prima di promuovere una destinazione bisogna costruire una comunità che si riconosca nel proprio territorio». È un modo diverso di guardare al turismo. Non come punto di partenza, ma come conseguenza. Durante l’incontro torna più volte sullo stesso concetto, quasi fosse il filo rosso del ragionamento. Un’identità condivisa serve innanzitutto ai cittadini. Solo dopo diventa uno strumento capace di parlare a chi arriva da fuori.
Identità o promozione
È un passaggio che merita attenzione perché ribalta un’idea molto diffusa: prima viene la città, poi il suo racconto, infine il turismo. Secondo la presidente della DMO, Treviso vive anche una condizione particolare. Non soffre per mancanza di identità. Semmai fatica a sintetizzarla: «Abbiamo tante eccellenze: il Sile, i canali, le mura, il Tiramisù, Canova, il Prosecco, il patrimonio artistico e quello paesaggistico raccontano una città ricca di sfumature.
Il problema non è che manchi qualcosa: è riuscire a tenere insieme tutto questo in un racconto riconoscibile». È anche per questo che Casagrande invita a non confondere identità e promozione. Una campagna di comunicazione può rendere più visibile una città, ma non può sostituirsi al lavoro necessario per costruirne una visione condivisa. «Un brand non nasce a tavolino» puntualizza.
«Nasce quando una comunità riconosce il valore dei propri luoghi e li sente parte della propria storia. Solo allora un nome, un logo o uno slogan smettono di essere un esercizio di marketing e diventano il racconto credibile di un territorio».
Consapevolezza
È un percorso più lento, forse anche più faticoso, ma è l’unico capace di produrre risultati duraturi, perché coinvolge amministrazioni, operatori economici, associazioni e cittadini in una stessa direzione. Forse è proprio qui che il tema dell’acqua assume un significato diverso. Non come marchio pubblicitario, ma come filo capace di unire ciò che oggi appare disperso.
L’acqua attraversa la storia della città, ne ha modellato il paesaggio, accompagna la quotidianità dei trevigiani e dialoga con alcuni dei temi più contemporanei: sostenibilità, mobilità lenta, qualità urbana, benessere. Casagrande torna spesso su una parola: consapevolezza. «Molti cittadini non conoscono davvero il luogo in cui vivono. E se non lo conoscono, difficilmente potranno raccontarlo o diventarne i primi ambasciatori».
Acqua linguaggio naturale
È un paradosso che vale la pena fermarsi a osservare. Ogni giorno migliaia di persone attraversano ponti, canali e corsi d’acqua senza più notarli. L’abitudine rende invisibile perfino ciò che rende unica una città.

Per questo, secondo Casagrande, un progetto identitario produce effetti ben prima dell’arrivo dei visitatori: rafforza il senso di appartenenza, restituisce orgoglio, aiuta gli operatori economici a raccontare meglio il territorio. L’acqua, in questa prospettiva, diventa il linguaggio naturale di un modo diverso di immaginare Treviso. Non soltanto una città da visitare, ma una città da vivere meglio.
Turismo lento, percorsi ciclabili, spazi pubblici, sostenibilità, qualità urbana: non sono argomenti separati. Fanno parte dello stesso racconto. «L’acqua parla di bellezza, di sostenibilità e di un modo diverso di vivere il territorio. Per questo può diventare un elemento capace di unire tante anime della città».
Fuori dalle mura
Naturalmente il ragionamento non si ferma ai confini comunali. Casagrande ricorda che il visitatore non distingue i limiti amministrativi. Arriva a Treviso, percorre il Sile, raggiunge le colline del Prosecco, scopre una destinazione molto più ampia della sola città. «Il capoluogo deve essere pronto a darsi un’identità di alto livello» afferma.
«Poi saremo noi, come sistema della comunicazione del territorio, a raccontarla e a utilizzarla. Così come utilizziamo il brand Unesco o il brand Canova, anche Treviso può esprimere un proprio elemento identitario. Ma è una scelta che va fatta con consapevolezza, in base a quello che si vuole lasciare».
Ma proprio il capoluogo può diventare il luogo dove questo racconto prende forma. Non soltanto attraverso campagne di comunicazione, ma con scelte capaci di migliorare la qualità della vita quotidiana. Investire nella bellezza, nella mobilità dolce, nella cura degli spazi pubblici significa costruire una città migliore per chi la abita e, proprio per questo, più attrattiva anche per chi arriva da fuori. Alla fine, la domanda resta la stessa con cui tutto era iniziato. Serve un marchio per costruire un’identità o è l’identità a dare forza al marchio? La risposta, in questa tappa del viaggio, sembra delinearsi con chiarezza. Non si parte da un logo. Si parte da una comunità che torna a riconoscersi nel proprio paesaggio. Solo allora anche l’acqua smette di essere uno sfondo e diventa davvero il racconto di una città.
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