Pasini e le paure del Nordest: «La bella stagione dei misteri»

Al Festival Treviso Giallo il dialogo a più voci con Fornasier, Ervas, Luna Romero e Camporese. L’autore de “Il silenzio che resta”: «Siamo quelli del piccolo borgo, che contiene storie immense»

Tommaso Miele
Il dibattito con Fulvio Luna Romero, Clizia Fornasier, Giuliano Pasini, Fulvio Ervas e Federico Camporese
Il dibattito con Fulvio Luna Romero, Clizia Fornasier, Giuliano Pasini, Fulvio Ervas e Federico Camporese

Un incontro letterario per parlare di “Giallo veneto”: venerdì pomeriggio, 20 marzo, il Museo Bailo, fulcro dell’ottava edizione di Treviso Giallo, ha ospitato un dialogo a più voci centrato sullo stato dell’arte della produzione giallistica regionale. Federico Camporese (“Inopportuna atmosfera”), Fulvio Ervas con “L’insalvabile”, Clizia Fornasier, attrice e autrice de “Volevo sognarmi lontana”, Fulvio Luna Romero con “La ghenga degli storti” e Giuliano Pasini, autore de “Il silenzio che resta”, si sono confrontati sulla vivace stagione veneta di uno dei generi più letti e apprezzati dal grande pubblico.

Proprio Pasini, scrittore emiliano d’origine ma ormai trevigiano doc, racconta i suoi sentieri e le nuove tracce della produzione letteraria.

Con “Il silenzio che resta” è approdato al thriller psicologico spietato, ambientato nel trevigiano. Come è nata l’esigenza di raccontare il dolore indicibile di una madre, Elena Dal Pozzo, e il suo contrasto con l'ispettore Santo Mixielutzi?

«È un libro diverso dagli altri, resterà nella mia produzione come un unicum: un thriller genuinamente psicologico. La storia di queste pagine è lunga, hanno iniziato a prendere forma nel momento in cui sono diventato padre: prime stesure nel 2013, ci ho messo dieci anni per finirlo. Elena: un personaggio complicato, diventa mamma. Una donna che perde un figlio materialmente, Mattia: sparisce. Dopo un anno si volatilizza un altro bambino, ai Burci: l’indagine seguita da Santo è tutta da rifare... Sono convinto che chi scrive i gialli lo fa per parlare d’altro: io dentro ci ho messo tutto quello che viveva Elena, e che credo provino tutte le madri del mondo: creature che hanno un’incredibile pressione addosso... devono essere perfette, non c’è via di mezzo. Il mio essere diventato tre volte genitore, con due gemelli, ha avuto un forte impatto nella mia vita».

Il Veneto, con le colline del Prosecco, è un palcoscenico sempre più battuto dalla narrativa: come se la passa il “giallo” a nordest?

«Vedo una bella stagione. I libri di Fulvio Ervas e di Massimo Carlotto, così come quelli di Fulvio Luna Romero tra gli altri, in un certo modo meno da cartolina, rappresentano lo specchio migliore di questa regione. Quando il nordest si rappresenta così, vince: siamo il paese dei campanili, e il giallo racconta al meglio le particolarità della provincia. A differenza delle storie americane, quasi sempre ambientate nelle grandi città; noi siamo quelli del piccolo borgo che contiene storie immense».

Essendo da anni presidente della giuria tecnica del Premio Massarosa, ha un osservatorio privilegiato. In che direzione sta andando il thriller italiano?

«Ho una grande fortuna. Il Massarosa è per esordienti, lo Zocca Giovani per gli under 35... Per come vengono trattati i cambiamenti sociali, che è ciò che deve fare la letteratura, trovo delle voci interessanti. Certo, c’è un cambiamento nello stile, ma non direi impoverimento; forse più omologazione, e in questo le scuole di scrittura hanno un peso. Ma quelli che si distinguono sono dei funamboli, ci faranno divertire parecchio».

È socio di una grande agenzia di comunicazione. Dopo aver passato le giornate a gestire la reputazione altrui, cosa prova nel tuffarsi nell'abisso della psiche umana di notte?

«Pronto per stupirvi: di notte io dormo. Però mi sveglio presto: il mio momento di pace e di scrittura va dalle 5 alle 7, prima di andare a lavorare. Molti clienti non sanno nemmeno che scrivo, tengo distinti gli ambiti. In un certo senso il filo conduttore della mia vita sono le storie, e penso sia una delle caratteristiche dell’essere umano saperle raccontare e aver voglia di ascoltarle».

Scrittura, comunicazione e non solo: anche sommelier e maratoneta. Quanto la aiutano nel lavoro di limatura che richiede un romanzo?

«Andando contro i princìpi di Hemingway, scrivendo all’alba io il vino non lo vedo proprio... e c’entra poco con la mia creatività. A parte gli scherzi, la corsa è fondamentale: il rigore, la preparazione e l’allenamento che servono per correre sono gli stessi ingredienti di cui ha bisogno un libro per vedere la luce. Un romanzo è come una maratona, non bisogna mollare mai». 

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