Toni Da Re a Tosi «Io non perdo niente ma tu con me rischi»

Due candidati alla segreteria della Lega veneta: il sindaco di Verona è più famoso, quello di Vittorio Veneto più tosto
Di Renzo Mazzaro

VENEZIA. Gente come Toni Da Re la mamma non ne fa più. Viene da una famiglia di comunisti da sempre, il padre era con i partigiani sul Cansiglio, poi emigrato in Belgio a lavorare in miniera, morto di silicosi. Duro, fedele alla linea. Toni fa il leghista allo stesso modo: «Se cominci la guerra da una parte non vai a finirla dall’altra. Non passi di qua e di là dal Piave ogni due settimane, ci vuole un po’ di dignità».

Ma se uno si accorge di aver sbagliato cosa fa, continua?

«E’ il capo che si deve predere tutte le responsabilità, se si perde la guerra. Ma lo butti giù dopo, non prima che finisca».

Bossi è caduto e lei si mette a fare il candidato bossiano al congresso della Lega Veneta?

«Io mi candido, sì, ma lasciamo stare bossiani e maroniani. Siamo in una fase nuova della Lega, in cui si deve cambiare il segretario federale, concordato con Maroni. Chiaro che io, essendo stato segretario provinciale, seguivo il mio capo. Possono dirmi tutto ma io muoio in battaglia. Me fai copar, ma non tradisco».

Si farà ammazzare, sì. Ha davanti un Flavio Tosi sull’onda del successo elettorale.

«Non è che Tosi ha fatto un miracolo. Il sottoscritto è diventato sindaco di Vittorio Veneto mandando all'opposizione Pdl, Pd, Idv, Rc. Non occorre andare a Lourdes».

Verona è più grossa, fa più notizia, Tosi è più noto.

«Verona ha certo 280 mila abitanti e Vittorio Veneto dieci voolte di meno. Faccio i complimenti a Tosi perché non è mai facile vincere, ma la formula delle liste civiche è consolidata: a Treviso io ho 53 sindaci leghisti su 95 con questo sistema».

Lei è tosto come candidato, ma soffre la minor notorietà.

«E’ normale. Ma dal punto di vista della militanza politica non temo confronti, sono nella Liga veneta dal 1982, forse questi erano ancora all'asilo. Il federalismo, l'autonomia, sono da sempre la mia linea. Tosi non è il nuovo: quando 13 anni fa sono arrivato nel consiglio nazionale della Lega a Padova, lui era già là».

Allora cosa vi distingue?

«Io ho sempre lavorato per far crescere la Lega, ho sempre fatto passare chi aveva capacità, senza soffrire di gelosia. Non mi interessano i posti, gli incarichi. Non è che se uno è bravo lo tiro giù dalle spese».

Pensa che Tosi sia cosi?

«Non so come sia Tosi, io parlo di me. Non mi sento addosso l’eredità di Gobbo o di altri. Penso di avere l’esperienza per creare un’alternativa ad un candidato che in questo momento è Tosi. Non so se sono meglio o peggio, vedremo cosa riusciremo a trasmettere. Lui ha una grande notorietà, io ho la tenacia di non mollare mai».

Insomma non fa l’agnello sacrificale, non va al macello?

«Proprio per niente. Penso di avere dei numeri, qualcuna ne ho indovinata. E’ tutto da vedere. Se Tosi dovesse vincere con un numero risicato di voti, esce decimato anche lui».

Voteranno circa 450 delegati: 55 sono già noti (i padovani) gli altri saranno scelti sabato. Volendo si potrebbe già dire che distanza vi separa.

«Avevo 2 in matematica».

Eh, molti anni fa, forse.

«... ma sui soldi non mi frega nessuno! Diciamo che lui parte molto più avanti, perfino con l’appoggio di Maroni. Questa non l’ho capita: un segretario entrante che prende posizione così nettamente, crea fratture inevitabili».

L’appoggio di Maroni a Tosi la preoccupa?

«Assolutamente no, io vado avanti per la mia strada. Non ho niente da perdere, non ho incarichi politici. Ho solo le mie spalle da sindaco, una posizione che mi sono guadagnato sul campo, credo».

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