Nato a Venezia durante l’Acqua granda: «Rubinetti a secco, fui lavato con la minerale»

Gianluca Borgonovi è venuto al mondo alle 8.30 del 5 novembre 1966, quando la marea eccezionale stava iniziando a ritirarsi. Mamma Mirella con le doglie aveva raggiunto l’ospedale a piedi, percorrendo le calli allagate. Poi la nascita senza acqua ed elettricità. E una volta tornati a casa, le difficoltà per trovare il latte da dare al neonato

Marina Grasso
Gianluca Borgonovi, nato a Venezia il 4 novembre 1966
Gianluca Borgonovi, nato a Venezia il 4 novembre 1966

Venezia è al buio, i telefoni non funzionano, lo scirocco che ha impedito per tutto il giorno il deflusso della marea finalmente si attenua. Le calli sono ancora allagate, dopo il livello record di 194 centimetri raggiunto alle 18. Da quasi ventiquattr’ore Venezia è in balia dell’acqua, che ha invaso la città la sera precedente e solo verso le 21 comincia finalmente a ritirarsi.
È la sera del 4 novembre 1966.

Nella loro casa in calle del Remer, vicino alla scuola Sansovino, Mirella e Renato sanno che la città è devastata ma anche che il loro secondogenito sta per nascere. Il sandolo di famiglia è inutilizzabile, così decidono di approfittare dell’acqua che comincia a scendere per raggiungere a piedi l’ospedale. Mirella, già con le doglie, cammina a fatica mentre Renato le fa largo tra le calli ancora allagate, ingombre di tutto ciò che la marea ha trascinato con sé. Ma non possono più aspettare: il loro bambino ha deciso di nascere durante l’Aqua Granda.

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Piazzetta San Marco completamente invasa dall'acqua il 4 novembre 1966

«Sono nato alle 8.30 del 5 novembre», racconta Gianluca Borgonovi. «I miei genitori, entrambi scomparsi da tempo, mi raccontavano di essere arrivati al Fatebenefratelli a notte fonda e, nonostante fosse stato costruito solo due anni prima, mancavano l’elettricità e l’acqua potabile. Così per la mia prima toeletta usarono l’acqua minerale. L’ho sentito ricordare spesso, in famiglia, e mi piace immaginare che il mio primo incontro con il mondo sia avvenuto tra le bollicine dell’acqua frizzante», commenta scherzando.

Ma i racconti familiari conservano altri ricordi di quella nascita in una Venezia devastata. Mirella, forse per lo stress di quelle ore, non aveva latte e procurarselo era difficile in una città sottosopra. «Mia nonna Gianna dovette uscire più volte e cercarlo per ore per garantirmelo», evidenzia ancora Gianluca, che se conosce la sua tribolata nascita attraverso i racconti familiari, ha invece molti ricordi personali legati all’acqua nella città della sua infanzia.

«Sono cresciuto in una Venezia ancora molto popolata di famiglie e bambini», ricorda. «E anche all’età in cui non avevamo ancora contezza di vivere in un capolavoro unico al mondo, l’acqua, onnipresente, era una barriera: dai palloni che finivano in acqua quando giocavamo in campo, ai confini che poneva alle amicizie e ai compagni di gioco. C’erano i ponti, sì, ma si stava vicino a casa, a tiro di voce dal richiamo della mamma».

E quell’acqua, quando saliva, diventava ancora più ostile. «Le sirene davano l’allarme e ci si affrettava verso casa, poi cominciava il tam tam fra le finestre, anche perché i telefoni smettevano di funzionare: ci si scambiava previsioni e si chiedeva chi avesse bisogno di aiuto. Ricordo il rumore degli stivaloni trascinati nell’acqua: sentivi arrivare qualcuno da lontano, magari con la spesa anche per un vicino che non poteva uscire».

«Noi bambini vivevamo quei disagi diversamente dagli adulti», rammenta, «anche perché non si andava a scuola, quindi c’era un che di festoso. E ammetto che trovavo suggestivo che, quando mancava l’elettricità, le serate trascorrevano a lume di candela, tutti attorno a quella luce fioca, aspettando che l’acqua calasse e tornasse la corrente. Ma ho capito presto che l’acqua alta non era un gioco: significa limitazioni e disservizi difficili da comprendere per chi non vive a Venezia».

Proprio come constatò il 22 dicembre 1979, quando alle 9.10 la marea raggiunse i 166 centimetri. «Una coppia di turisti milanesi aveva affittato un appartamento vicino a casa nostra e, spaventati dall’acqua che saliva, cercarono rifugio da noi. Erano sotto shock e la signora era completamente inzuppata, tanto che mia madre le prestò dei suoi vestiti. Restarono con noi tutto il giorno e, grati per l’accoglienza, la sera ripresero il treno per Milano. Mia madre rimase in contatto con la signora, quindi so che non tornarono più a Venezia».

Come moltissimi veneziani, Gianluca vive oggi in terraferma: nel 1999 si è trasferito a Chirignago, continuando però a lavorare in città fino al 2023 come responsabile dell’Archivio musicale del Teatro La Fenice. «Ho conosciuto l’incubo dell’acqua alta anche da pendolare. Fra previsioni di marea, avvisi del Comune e percorsi alternativi, spesso si finisce comunque a mollo. Con l’entrata in funzione del Mose è cominciata una nuova era: l’acqua alta non è scomparsa, ma i disagi sono contenuti. E comunque, ancora oggi, ogni volta che mi trovo a camminare nell’acqua alta, non posso non pensare a mia madre che ha attraversato l’Aqua Granda per farmi venire al mondo».

 

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