Crisi delle badanti, in Veneto ce ne sono 3.000 in meno negli ultimi tre anni

Il calo mette in difficoltà le famiglie. Ci sono 9 mila persone in attesa di un posto in Rsa. L’ex vice presidente dell’Inps Gnecchi: «La diminuzione? Cercano un lavoro più leggero»

Federico Murzio
Diminuisce il numero di badanti in Veneto
Diminuisce il numero di badanti in Veneto

È uno dei pensieri che più preoccupa le famiglie, che riempie le ore di coloro che hanno i genitori anziani, non autosufficienti. Come fare per l’assistenza? A chi rivolgersi? E sovente capita che siano gli stessi genitori a condividere il peso dei pensieri dei figli. Una sofferenza che consuma.

Tanto più quando l’offerta di colf e badanti diminuisce (come sta accadendo in Veneto) e, quando, per ottenere un posto in una struttura residenziale, è necessario l’aiuto della Dea bendata. Con le proprie forze, infatti, sembra si possa arrivare solo fino alle liste d’attesa.

Ad oggi sono oltre 9 mila gli anziani che aspettano. L’una, rivolgersi alle badanti, o l’altra, cercare una struttura residenziale, sembrano essere le sole strade percorribili. A patto di avere le risorse. Altrimenti si deve rinunciare a qualcosa e quasi sempre, a essere interessata a questa rinuncia, è l’occupazione femminile.

I numeri

Alla legge, colf e badanti, rispondono con il nome di lavoratori domestici. E se negli ultimi tre anni in Veneto il loro numero è diminuito, circa 3 mila unità, non così è calata la domanda. In Veneto, oggi, ci sono circa 180 mila persone non autosufficienti over 65. L’Osservatorio Inps sui lavoratori domestici ha registrato dal 2023 al 2025 un calo significativo di persone impegnate in queste professionalità.

Colf e badanti, appunto. Nel 2023 erano 64.178; sono scese a 62.827 nel 2024, per arrivare a 61.360 nel 2025. Il calo non è stato uniforme in tutte le province, né il peso complessivo, è di conseguenza uguale ovunque. Il timore è che stia incidendo di più in quelle aree nelle quali il numero di anziani non autosufficienti è più elevato. Ampliando lo spettro temporale, dal 2016 al 2025, il calo più significativo si è rilevato in provincia di Rovigo (-21,8 per cento) e nel Bellunese (-14,8 per cento).

Poi, via via, un -8,2 per cento nel Vicentino, un -7,3 per cento nel Trevigiano, un -6,9 per cento nel Padovano, un -5,9 nel Veneziano, un -5 per cento nel Veronese. Naturalmente l’Inps “certifica” ciò che si può vedere. Il calo di questo tipo di lavori, presente in tutto il Paese, secondo commercialisti e avvocati potrebbe anche essere il segnale di un “sommerso” in aumento. E visto che una cosa non esclude l’altra, il calo potrebbe essere anche una conferma delle difficoltà delle famiglie. Detto questo, si tratta ancora di professionalità ad appannaggio degli stranieri. Delle 61.360 colf e badanti al lavoro in Veneto nel 2025, ben 44.300 erano straniere. E la cartina di tornasole della “fame” di assistenza per anziani, sì più longevi ma anche più sofferenti, sta in quelle 9.005 persone che nel 2025 aspettavano l’impegnativa di residenzialità.

I problemi

«L’andamento dei lavoratori domestici subisce un’impennata in occasione di ogni sanatoria. Ossia nel momento in cui sono regolarizzate molte persone già presenti sul territorio ma che, per varie ragioni non potevano essere iscritte regolarmente».

La voce è di Maria Luisa Gnecchi, già vice presidente dell’Inps dal 2019 al 2023. Il fatto è che «molto frequentemente queste stesse persone lasciano dopo un po’ il lavoro di colf o badante, soprattutto quest’ultimo, che spesso è a tempo pieno» continua.

E la ragione, nella sua complessità, è semplice. «Si tratta di un lavoro pesante fisicamente ed emotivamente. Così queste colf e badanti preferiscono lavorare, per esempio, nelle imprese di pulizia, il cui stipendio è più alto e il personale ha maggiore tutele» spiega.

E sono proprio questi gli aspetti che rappresentano l’altro volto dell’assistenza familiare, a conferma che dietro i numeri ci sono vite e storie. E il peso non lo porta solo chi ha bisogno ma anche chi aiuta. La legge su colf e badanti «ha un merito» dice Gnecchi, «rappresenta una liberazione del lavoro femminile dalla gratuità». Ma «ci sono anche dei paradossi. Le possibilità che offre la legge del 2000 dell’allora ministro Livia Turco sono ancora poco conosciute».

Nello specifico «il congedo biennale per assistenza familiare ai disabili, solo per i lavoratori dipendenti, indennizzato dall’Inps al 100 per cento». Il che, a conti fatti, può essere un aiuto (temporaneo) alle famiglie in difficoltà.

Gli aiuti

Il peso economico delle famiglie passa e varia tra due parole: deducibilità e detraibilità. «Ma è da qui che possono arrivare aiuti concreti», afferma Gnecchi che punta «a un aumento della detraibilità sulle spese sostenute per lavoratori domestici». Che oggi c’è, ma è al 19 per cento ed è possibile solo con un limite di reddito di 40 mila euro l’anno.

La legge prevede anche la deducibilità, che però incide poco perché, in sintesi, non si può dedurre alcuna quota della retribuzione netta corrisposta, ma solo i versamenti che il datore di lavoro dà agli istituti previdenziali. «Non sarebbe male» dice Gnecchi «portare la detraibilità al 25 per cento. Ma serve uscire dalla mentalità che l’autosufficienza sia un problema che riguarda solo gli altri».

 

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