Vita da sindaci, abbandonati e maltrattati dallo Stato
I sindaci veneti denunciano tagli e risorse insufficienti per garantire i servizi essenziali. Nell’ultimo quinquennio i trasferimenti statali sono scesi da 771 a 310 milioni di euro, nonostante l’assenza di dissesti finanziari nei Comuni del Veneto

Vita da sindaco: ogni cinque anni chiede ai suoi cittadini una croce virtuale sulla scheda elettorale; poi deve portarsene sulle spalle una di reale ogni santo giorno di quei cinque interminabili anni, che spesso diventano dieci. La foto di gruppo scattata all’assemblea veneta dei Comuni a Treviso documenta in termini inoppugnabili una situazione divenuta inaccettabile: di cui è responsabile quello Stato che dovrebbe stare istituzionalmente dalla parte dei municipi, suoi sportelli periferici; e che invece li mal – tratta, e non da oggi.
Negli ultimi cinque anni, i soldi trasferiti ai Comuni sono crollati da 771 a 310 milioni, come ha ben documentato Sabrina Tomè su questo giornale: opera di governi di ogni colore politico, e che peraltro viene da ancor più lontano. È dai decreti d’urgenza dell’estate 2011 e le successive leggi di stabilità, che i Comuni subiscono pesantissimi tagli lineari: da allora, al sistema delle autonomie locali sono state sottratte risorse tra i 25 e i 30 miliardi. E il salasso continua: la legge di bilancio 2025 dispone una riduzione di altri 8 miliardi; cui si aggiunge una sforbiciata di 250 milioni l’anno fino al 2028 sui fondi del Pnrr ai danni dei Comuni che avevano operato maggiori investimenti. A ispirare queste misure è una logica perversa. Politicamente rossa, nera, verde, azzurra, gialla che sia, Roma castiga sistematicamente non chi gestisce male la cosa pubblica, ma i più virtuosi: Veneto in testa.
È successo ancora ieri: su 620 milioni di bandi statali, gliene sono stati assegnati appena 15. Come ha rivendicato in modo sacrosanto nell’assemblea trevigiana Mario Conte, alla guida dei sindaci regionali, i municipi veneti sono i soli a non presentare un solo caso di dissesto finanziario nell’intero nord, malgrado debbano far conto su risorse sempre più risicate e su costi sempre più salati. Con la ricaduta di dover tagliare su servizi essenziali, dall’aiuto ai più deboli alla scuola, dalla casa ai trasporti.
Ciascuno di noi, se le entrate calano, deve ridurre le spese destinate all’andamento di casa: a maggior ragione è costretto a farlo chi amministra la casa-Comune. Il potere d’acquisto, diminuito del 16 per cento negli ultimi dieci anni, vale a maggior ragione per i sindaci, che devono pagare pure loro salatissime bollette dell’energia per scuole ed edifici pubblici; per non parlare dei beni da acquistare per garantire i servizi di base alla comunità. E devono farlo con sempre meno personale: costringendo non pochi di loro a sostituirsi ai loro dipendenti; come il primo cittadino della trevigiana Fregona, che ha dovuto mettersi a fare il vigile urbano, mentre altri colleghi si sono seduti agli sportelli degli uffici o alla guida degli scuolabus.
Nonostante tutto ciò, la stragrande maggioranza dei sindaci veneti, qualsiasi sia la loro etichetta politica, amministrano in modo esemplare il proprio Comune. E hanno una rara virtù: al contrario dei loro referenti nazionali di partito, che parlano a ogni piè sospinto di tutto tranne che dei problemi veri, loro ascoltano la gente, quella che incontrano ogni giorno per strada, nella vita reale. Perché trattano le persone non da sudditi, ma da cittadini.
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