In 4 anni pensionato il 40% dei medici di base in Veneto: «Bisogna favorire il ricambio»

La denuncia del segretario della Fimmg: tra il 2021 e il 2025 raffica di uscite. Il presidente dell’Ordine Crimì: «Rendere più attrattiva ai giovani la specialità»

Flavio Centamore
In quattro anni il 40% dei medici di base sono andati in pensione
In quattro anni il 40% dei medici di base sono andati in pensione

«Tra il 2021 e il 2025 ha lasciato il servizio il 40% dei medici di famiglia veneti». Se il futuro della sanità territoriale passa dalla capacità di trovare nuovi medici di famiglia, la sfida è tutta qui.

Mentre la popolazione invecchia e aumentano i pazienti affetti da patologie croniche, il Veneto si confronta con una carenza sempre più evidente di medici di medicina generale, conseguenza di un’ondata di pensionamenti che negli ultimi anni ha svuotato gli ambulatori e di un ricambio che fatica a decollare.

È da questa fotografia che parte l’allarme lanciato dal segretario provinciale della Fimmg (il sindacato dei medici di base) Andrea Dini.

Il ricambio che manca

Il dato è stato illustrato dal segretario provinciale della Federazione italiana medici di medicina generale durante il convegno promosso nei giorni scorsi da Anap Confartigianato e dedicato ai servizi per gli anziani e al futuro della sanità territoriale.

Secondo Fimmg, il problema non è soltanto il numero dei pensionamenti, ma soprattutto la difficoltà di sostituire chi lascia la professione: «Da una parte abbiamo assistito al pensionamento di un’intera generazione di medici di famiglia, dall’altra sempre meno giovani scelgono la medicina generale», osserva Dini.

Da qui la richiesta di rendere la professione sempre più attrattiva, riducendo il peso di una burocrazia sempre più asfissiante, rafforzando il personale di supporto e costruendo un’organizzazione realmente integrata sul territorio.

A rendere ancora più complesso il quadro è anche il progressivo aumento della domanda di assistenza sul territorio. L’allungamento dell’aspettativa di vita, la crescita dei pazienti affetti da più patologie croniche e la maggiore complessità dei percorsi di cura richiedono una presenza capillare dei medici di famiglia e una collaborazione sempre più stretta con gli altri servizi sanitari e socioassistenziali.

Le Case della comunità

Per il segretario della Fimmg le Case della comunità rappresentano una grande opportunità, ma di certo non possono essere considerate la soluzione ai problemi della sanità territoriale: «Sono uno strumento del nuovo modello, non il modello stesso», sottolinea Andrea Dini.

Il loro successo, aggiunge, dipenderà dalla capacità di integrarsi con la rete degli studi dei medici di medicina generale, evitando sovrapposizioni e valorizzando il lavoro di tutti i professionisti coinvolti.

La popolazione cambia

Alla base della riforma, ricorda Dini, non ci sono soltanto gli investimenti messi in campo dal Pnrr, ma soprattutto l’evoluzione dei bisogni sanitari.

L’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle malattie croniche e delle situazioni di fragilità richiedono, infatti, un modello di assistenza sempre più vicino ai cittadini e capace di garantire continuità di cura: «La sanità territoriale sta vivendo una fase di cambiamento molto importante. Tutte le riforme devono avere un unico obiettivo: garantire ai cittadini un’assistenza sempre più vicina, continua e di qualità. Il medico di medicina generale continuerà a essere il punto di riferimento dei cittadini, conservando il valore del rapporto fiduciario costruito negli anni e integrandolo con un’organizzazione più moderna, collaborativa ed efficace»,  conclude Dini.

L’Ordine dei medici

Sulla necessità di rafforzare il ruolo del medico di famiglia interviene anche Filippo Crimì, presidente dell’Ordine dei Medici di Padova: «Il rapporto fiduciario è uno dei punti di forza della nostra medicina territoriale. Il medico di medicina generale conosce i propri assistiti, la loro storia clinica e il loro contesto, e questo permette di evitare esami inutili e di indirizzare il paziente nel percorso di cura più appropriato».

Secondo Crimì, l’attuale carenza è il risultato della «tempesta perfetta» determinata dall’incrocio tra la gobba pensionistica e i pochi posti messi a bando negli anni passati per il corso di formazione in Medicina generale: «Il risultato è sotto gli occhi di tutti: meno medici di medicina generale e un numero sempre maggiore di assistiti per ciascun medico».

Come invertire la rotta

Per invertire la rotta, conclude il presidente dell’Ordine dei medici, servono interventi strutturali: «Bisogna rendere la medicina generale più attrattiva per i giovani medici: meno burocrazia, meno vincoli prescrittivi che limitano l’autonomia clinica, l’istituzione di una vera scuola di specializzazione universitaria in medicina generale e un aumento dei posti di formazione», conclude Crimì.

Misure ritenute indispensabili per garantire il ricambio generazionale e assicurare ai cittadini padovani una sanità territoriale in grado di affrontare le sfide previste dei prossimi anni.

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