Stefani sfida gli scettici: «Il Sud non ha studiato l’autonomia, ostili per ignoranza e ideologia»

Il presidente del Veneto: «È stato un passaggio parlamentare importante. Pochi 4 punti? Meglio un passo alla volta che scontrarsi muro contro muro»

Ario Gervasutti
Alberto Stefani
Alberto Stefani

Per i suoi sostenitori è il compimento della riforma del Titolo V voluta dal centrosinistra nel 2001; per gli avversari è l’anticamera di un’Italia divisa. Nel giorno del via libera parlamentare alle pre-intese su quattro materie, il governatore del Veneto Alberto Stefani vede il bicchiere mezzo pieno.

Ci dobbiamo accontentare?

«È stato un passaggio parlamentare importante. Ora manca soltanto il voto del Consiglio regionale e poi la firma definitiva in Consiglio dei ministri. Da oggi possiamo dire che il percorso è sostanzialmente definito. È un cammino previsto dalla riforma costituzionale del 2001 e che prosegue nonostante anni di ricorsi annunciati, ostruzionismi e polemiche».

Gli ostacoli sono tecnici, territoriali o politici?

«Direi soprattutto ideologici. L’autonomia non viene imposta a nessuno: è uno strumento che una Regione può chiedere per assumersi maggiori responsabilità nelle materie previste dalla Costituzione. È esattamente ciò che i cittadini veneti hanno chiesto con il referendum».

Eppure dal Sud continuano ad arrivare accuse durissime. Ha sentito il suo collega pugliese, De Caro?

«Molte nascono da un pregiudizio. Ho sentito le dichiarazioni di De Caro che, francamente, dimostra di non aver letto o studiato il provvedimento. Basti pensare ai Livelli Essenziali delle Prestazioni: li si attendeva da venticinque anni e questa legge ha finalmente costretto lo Stato a definirli. È una garanzia soprattutto per i cittadini del Sud, non contro di loro».

Se è una riforma vantaggiosa per tutti, perché non la chiedono con forza proprio le Regioni meridionali?

«Le rivelo una cosa: alcune hanno già avanzato richieste di maggiore autonomia. Credo che oggi prevalga un approccio troppo ideologico. Quando sarà chiaro che l’autonomia non spacca l’Italia e non sottrae risorse a nessuno, il clima cambierà».

Chi teme che il Veneto si tenga i soldi degli altri sbaglia?

«Sì. Nessuno perde qualcosa. Una Regione virtuosa può risparmiare risorse grazie a una gestione più efficiente e reinvestirle nei servizi. È diverso dal trattenere denaro destinato ad altri. Noi diciamo semplicemente: lasciateci amministrare meglio ciò che sappiamo amministrare».

Mi faccia un esempio concreto. Tra un anno cosa cambierà nella vita di un cittadino veneto?

«La sanità è il caso più evidente. Potremo destinare più rapidamente risorse all’abbattimento delle liste d’attesa, rafforzare i contratti integrativi del personale e programmare l’ammodernamento degli ospedali senza dover attendere ogni volta la pianificazione nazionale. Anche la previdenza complementare potrà offrire nuovi strumenti di welfare per lavoratori e imprese».

La Corte Costituzionale però ha ridimensionato pesantemente l’impianto originario. Vale ancora la pena insistere?

«La Corte ha fissato limiti importanti, ma non ha cancellato il principio dell’autonomia. Non può farlo perché è prevista dalla Costituzione stessa. L’importante a mio avviso è non andare al muro contro muro: 23 materie o niente. Andiamo avanti per pacchetti di materie: ci arriveremo. Pensare di fermarsi perché non si ottiene tutto subito significa rinunciare all’autogoverno».

Ma che differenza c’è tra autonomia e buona amministrazione?

«La buona amministrazione è un metodo. L’autonomia sono competenze in più da esercitare direttamente. Penso all’idroelettrico, alle grandi concessioni, alle multiutility energetiche. Ci sono spazi amministrativi che già oggi, se gestiti in casa, possono produrre risorse importanti per il territorio».

Per questo puntate alle concessioni idroelettriche o a quelle autostradali? Pensate di riuscire a ottenerle?

«Spetta al ministero tenere duro su questo punto: le concessioni scadono a fine anno, la Regione ha tutta l’intenzione di partecipare alle procedure di assegnazione. Anche questa è autonomia».

Anche sulle professioni avete ottenuto maggiori poteri. Per farne cosa?

«Il Veneto ha specificità che Roma fatica a cogliere. Penso alle professioni turistiche legate a Venezia, alle terme, alla montagna. Ci sono almeno 20mila lavoratori che potrebbero beneficiare di regole più aderenti alle esigenze del territorio».

E senza moltiplicare la burocrazia?

«Al contrario. La scommessa è ridurre i passaggi e rendere più veloce l’amministrazione. Più decisioni prese vicino ai cittadini significano anche maggiore trasparenza e responsabilità».

E senza aumentare la spesa pubblica?

«Anche qui: l’esatto contrario. Se una Regione spende meglio, lo Stato nel complesso risparmia. La vera domanda è un’altra: i pugliesi, i calabresi, i siciliani preferiscono continuare con sprechi e inefficienze oppure avere amministrazioni più responsabili?».

Ma i soldi in più sono sottratti ad altre regioni?

«Assolutamente no. Sono risorse che risparmiamo grazie a un’amministrazione oculata e che oggi dovremmo restituire a Roma, domani potremmo utilizzare per quelle materie individuate dall’intesa».

Cosa c’è di più autonomo dell’arte? Eppure la vicenda della Biennale dimostrerebbe il contrario: ci hanno messo becco sia il governo di Roma che quello di Bruxelles. ..

«Ed è stato un errore. L’arte e la cultura devono essere autonome per natura. Né Bruxelles, né Roma ma nemmeno Venezia dovrebbero piegarle alle convenienze politiche. La Biennale ha costruito in decenni una reputazione internazionale che va preservata.»

Anche la multa inflitta alla Biennale le è sembrata una scelta ideologica?

«Mi è sembrata una decisione che non tiene conto della storia e del ruolo dell’istituzione. Detto questo, la Biennale ha bilanci solidi e non sarà certo un episodio del genere a comprometterne il futuro.»

 

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