Gli amori e le donne di Gioele Dix
L'attore milanese di «Zelig» è alla sua prima prova come romanziere

IL ROMANZO. L’attore milanese Gioele Dix. Sopra la copertina del romanzo che presenterà oggi
«Se l'uomo non diventa uomo, per lui una donna vale l'altra». E' l'antica saggezza del nonno del protagonista nel romanzo di Gioele Dix «Si vede che era destino», Mondadori Editore, che oggi alle 18.30 l'attore milanese presenta alla libreria Lovat di Villorba, con illustrazione di Simonetta Nardi di Radio Padova. Ne parliamo con l'autore, alla sua prima esperienza con il romanzo, dopo i gustosi racconti brevi come il «Manuale dell'automobilista incazzato», «La Bibbia ha (quasi) sempre ragione». «E' un libro che mi ha impegnato molto e a lungo. Ne è uscito un maschio sensibile, problematico che sta piacendo agli uomini e, soprattutto, alle donne». Il protagonista è Michele, scrittore milanese, che una mattina si sveglia con un'idea in testa. Alle soglie dei quarant'anni pensa a una festa di compleanno con tutte le donne che ha avuto. «Intendiamoci- precisa Dix - non è mai stato un playboy, ma ripensando a infatuazioni, incontri, a piccole e grandi avventure si rende conto che le invitate potrebbero essere un numero considerevole». Spinto dall'amico Fabrizio compila una lista. Quali e quante accetteranno l'invito? Romanzo sentimentale e giallo letterario insieme, Dix scruta con ironia e un po' di ferocia fra gli amori irrisolti di una generazione di donne e di uomini «troppo giovani per arrendersi, troppo vecchi per sognare ancora». Straordinario nell'arte dell'attor solo, in cui il grande pubblico lo vede attualmente impegnato in Zelig, come si trova Dix nella veste di narratore? «Sono cose diverse. Quando sei sul palco di un teatro ti trovi di fronte ad una follìa ripagata dal fatto che c'è una reazione, hai la meravigliosa sensazione di comunicare in diretta». La stessa cosa succede in televisione? «Meno. Non c'è davanti a te la gente che ti vedrà poi da posti lontani. E magari dorme, o litiga, proprio nel momento che tu dai il meglio di te stesso». Per la scrittura? «Qui fai un viaggio in cui sai di dover fare i conti con un lettore immaginario, che magari ti critica senza possibilità di replica». Teatro, televisione, narrativa. Tutto ciò ha portato alla diserzione del cinema? «Ah! No. Non sono io che diserto il cinema, è lui che non mi chiama». Dal Teatro degli Uguali degli anni '70 cosa è cambiato sulle scene? «Oggi ci sono fondali neri, due sedie e un tavolino, quando va bene un leggìo. Dicono che si tratta di valorizzare l'essenzialità. Io penso che non c'è una lira. Negli anni '70 ho conosciuto un teatro utile, di grande dignità. Oggi resta la bravura degli attori che, anche se non c'è una lira, riescono ancora a dare colore alle scene, nonostante i fondali neri».
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