«I ricchi del Nord Est pagavano per sparare a Sarajevo»
"I Cecchini del weekend" di Gavazzeni presentato alla Ubik di Treviso: lo scrittore ha raccontato l'inchiesta «Safari da 100 o 200 milioni di lire per colpire i civili durante la guerra in Bosnia»

«Da un lato sono professionisti stimati, ben inseriti nel contesto sociale, con una reputazione, con una buona fama e danarosi e dall'altra parte, invece, riescono a coltivare questi hobby, chiamiamoli malsani». Gli hobby malsani sono i safari umani compiuti a Sarajevo negli anni '90 e a raccontarlo attraverso un'inchiesta diventata libro è lo scrittore Ezio Gavazzeni, che ha presentato "I cecchini del weekend" (Paper First editore), sabato mattina alla libreria Ubik di Treviso, in Corso del Popolo. Frutto di tre anni di indagini serrate, raccolta di testimonianze e analisi dei fatti, il volume documenta una realtà agghiacciante: durante la guerra in Bosnia decine di persone facoltose provenienti da vari Paesi europei si recavano a Sarajevo nei fine settimana per puro e sadico divertimento.

Gavazzeni, quale è stato il particolare che ha dato inizio all'inchiesta?
«Avevo letto di questo già negli anni '90 su alcuni giornali, alcuni profughi bosniaci avevano raccontato che c'erano dei turisti che andavano nel weekend a sparare ai civili per divertimento. La cosa peggiore è che colpire i bambini valeva di più. E questa notizia mi era rimasta impressa. La svolta c'è stata nel 2023, quando apprendo per caso che il regista Miran Zupanič aveva girato il documentario Sarajevo Safari. All'epoca era in un'area riservata. Il regista è stato molto cordiale e mi ha dato le chiavi per vedere il film e l'indirizzo email di Edin Subasic, uno dei testimoni. Da lì è partita la mia inchiesta, che ha preso poi una strada completamente autonoma rispetto al documentario».
Esiste un'organizzazione ?
«Sì, portava i ricchi turisti nelle zone di guerra, ma era ridotta all'osso. Questa organizzazione si occupava solo di soldi».
Quanto costava fare un weekend da cecchino?
«Cento o anche 200 milioni di lire, venivano consegnati in contanti all'interno di borse. Partivano facoltosi imprenditori e professionisti, molti dei quali provenienti da un asse geografico compreso tra Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia».
Molti di questi personaggi occupano ancora oggi posizioni di rilievo. Pensa che possano essere protetti o c'è la possibilità di una condanna, almeno morale?
«Oggi sono ultra-sessantenni o settantenni. Credo abbiano molta meno protezione rispetto ai tempi della guerra; quella rete è diventata più permeabile. Dalle notizie confidenziali che ho, molta gente non sta dormendo la notte».
Come è potuto capitare una tale crudeltà?
«Quella era una guerra fatta di milizie, di paramilitari, di bande, di tagliagole e nel caos di questa guerra civile c'erano varie fazioni che controllavano più o meno pezzi di territorio. Questo patchwork favoriva questo tipo di traffico».
Grazie a questa inchiesta la procura sta indagando?
«Mi sono mosso con un team con due avvocati e una criminologa. Ora la città di Sarajevo si è costituita parte civile nel procedimento penale. Il 21 aprile scorso ha nominato i miei avvocati come difensori. Inoltre diverse fonti coinvolte nell'inchiesta sono andate a testimoniare in procura. È una cosa anomala, significa che c'è la volontà di far emergere quello che finora è stato sommerso».
Quale è il suo obiettivo ultimo?
«Il nostro intento è riuscire a portare qualcuno a processo e rappresentare la città di Sarajevo, la città vuole giustizia e restituire verità alle vittime, perché per 30 anni si sono sentiti dire che questa era una leggenda metropolitana, che i loro morti erano gratuiti, che erano avvenuti a causa della guerra e invece la città vuole cominciare a fare i conti con la verità e vuole cominciare a restituire un po' di dignità anche alle povere vittime che hanno perso figli, mariti, sorelle, mogli». —
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