Pugno in faccia a sua madre: ventitreenne condannato a due anni e 4 mesi
Il dramma familiare a Vittorio Veneto. Il giovane ha problemi di droga, il legale: «Non può stare in carcere». La donna colpita con un pugno al volto e presa per il collo

Era stata la stessa madre dell’imputato, nonché vittima dei maltrattamenti, a chiedere aiuto alle autorità per trovare una sistemazione idonea per il figlio, un ventitreenne fragile che convive con una dipendenza da droghe.
Il giovane, residente a Vittorio Veneto, dalla denuncia del genitore, a febbraio dell’anno scorso, è entrato e uscito più volte da case di cura e poi dal carcere dove si trova in custodia cautelare.
La sentenza
Una vicenda che intreccia violenza domestica, marginalità e disagio psichico, culminata ieri con una condanna in primo grado a due anni e quatto mesi di reclusione per il reato di maltrattamenti in famiglia.
«C’è un dispiacere nel rilevare che il tribunale non ha ritenuto la conclamata patologia del ragazzo in alcun modo influente sulle condotte di violenza, quando in realtà è la stessa famiglia ad aver dichiarato che il ragazzo diventava aggressivo solo quando in preda alle sue crisi», commenta senza nascondere l’amarezza il legale difensore dell’imputato, l’avvocato Daniele Panico.
Pugni alla mamma
Le violenze sono iniziate a febbraio del 2025 quando la madre del giovane è stata colpita con un pugno all’occhio dal figlio, sorpreso mentre si fumava uno spinello in cantina, e presa per il collo.
L’ennesimo episodio violento che aveva spinto la signora, prima a chiedere aiuto ai vicini di casa, e poi a denunciare il figlio ai carabinieri, ottenendo in seguito dal giudice l’emissione di un divieto di avvicinamento e l’applicazione del braccialetto elettronico.
Quello l’inizio di un’odissea, fuori e dentro dalle comunità e dai centri di salute mentale compreso quello di Conegliano a cui il ventitreenne si era rivolto a settembre scorso per un ricovero spontaneo finalizzato alla somministrazione di farmaci.
Qui il giovane ha aggredito due infermieri che gli avevano negato una sigaretta, reato ora oggetto di un altro procedimento a suo carico nel corso del quale è stata chiesta una perizia psichiatrica.
«Cercheremo una comunità»
«Sono dispiaciuto per mia madre che sta cercando di fare di tutto per darmi una mano. Purtroppo, quando assumo sostanze stupefacenti perdo la lucidità e non riesco a controllarmi.
L’unica cosa che voglio dire è che voglio entrare in una comunità per farmi curare» aveva dichiarato il giovane davanti al giudice in una delle precedenti udienze.
Ora l’obiettivo della difesa è proprio quello di individuare «una comunità di doppia diagnosi» adatta per ricoverare il ragazzo. «Dopo la lettura dei motivi della sentenza valuteremo se fare appello», ha fatto sapere ieri mattina l’avvocato Panico.
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