Finte vaccinazioni Covid, in tre a processo. Ma il giudice impone di cancellare le intercettazioni
Spunta un errore di procedura sollevato dalla difesa: le conversazioni tra infermiera e pazienti al Vax point all’ex Maber di Villorba non saranno utilizzabili ai fini processuali. Le accuse sono di falso ideologico per aver sottoscritto i certificati e di produzione di un documento falso

Colpo di scena al processo per lo scandalo vaccini all’ex Maber di Villorba che ruota attorno all’infermiera Elena Venzo, 53 anni di Treviso, accusata di aver finto di inoculare il vaccino o di averlo inoculato solo in parte ai suoi conoscenti “No vax”, attestando poi falsamente l’avvenuta vaccinazione nell’apposito certificato.
Il giudice ha accolto l’eccezione, presentata dall’avvocato Stefania Monica Bertoldi, di nullità dei decreti autorizzativi del giudice delle indagini preliminari per difetto di motivazione, richiesta per legge: per questo motivo sono state dichiarate nulle le intercettazioni telefoniche e saranno inutilizzabili ai fini processuali.
I testi di polizia giudiziaria non potranno quindi riferire, quando saranno sentiti come testimoni, del contenuto delle conversazioni registrate. Un colpo importante della difesa visto che l’indagine si basava gran parte sul contenuto delle telefonate tra i vari indagati. Il processo entrerà nel vivo delle testimonianze a febbraio.
Indagati e accuse
Delle 9 persone inizialmente indagate, tre sono state rinviate a giudizio e una ha patteggiato. Oltre all’infermiera Venzo, attualmente sospesa dall’Ulss, all’udienza del 15 luglio prossimo, in un’aula del tribunale di Treviso, sono finiti alla sbarra anche Alessandro Pol, 55 anni di Arcade (difeso dall’avvocato Giovanna De Rosa) ed Elisabetta Aragione, 62 anni di Paese (difesa dall’avvocato Nicola Poloni).
Due le accuse che il sostituto procuratore Gabriella Cama contesta all’infermiera e agli altri due imputati in concorso: il falso ideologico per aver sottoscritto i certificati in cui attestava la somministrazione del vaccino e, in relazione a questo reato, la produzione di un falso documento informatico perché, redigendo la falsa attestazione dell’avvenuto vaccino, si è indotto in errore il ministero della Salute che ha rilasciato i green pass.
L’inchiesta
La svolta nell’inchiesta risale al pomeriggio del 2 settembre 2021, quando la polizia effettuò un blitz al centro vaccini di Villorba, l’hub che l’Ulss 2 aveva creato all’ex Maber, mentre l’infermiera era in servizio.
Gli agenti da tempo avevano il fiato sul collo della professionista, probabilmente dopo aver ricevuto una “soffiata” da parte di qualcuno che era a conoscenza, o quanto meno sospettava la cosa.
Tra i primi a insospettirsi era stato il coordinatore del vax point che aveva notato che la professionista, da oltre vent’anni dipendente dell’Ulss 2, aveva assunto atteggiamenti sospetti con alcuni utenti. Come? Scegliendo sempre la postazione più periferica, in fondo, più lontana dalla sala d’aspetto. Si ipotizza che il vaccino venisse iniettato nel batuffolo di cotone, in modo da svuotare la siringa per non destare sospetti tra gli addetti al controllo dei bidoncini.
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