Salari fermi a Treviso, Cgil: «Le aziende devono innovare per aumentare gli stipendi»
La segretaria generale della Cgil Treviso, Sara Pasqualin, commenta i dati sui redditi: stipendi cresciuti troppo poco rispetto al costo della vita. «Servono innovazione, contrattazione di secondo livello e politiche per sostenere le imprese e rilanciare i salari»

I redditi dei lavoratori dipendenti sono passati da poco più di 21.000 euro del 2014 a quasi 26.000 euro nel 2024. Una crescita troppo lieve per garantire una qualità di vita dignitosa a quello che una volta era il ceto medio.
Per la Cgil Treviso il tema dei salari deve essere al centro non solo dell’agenda politica e amministrativa, ma anche del tessuto imprenditoriale perché solo se le aziende saranno messe nelle condizioni di innovare potranno garantire il futuro ai lavoratori.
Sara Pasqualin, segretaria generale di Cgil Treviso, dal vostro osservatorio come possiamo descrivere questa situazione?
«Abbiamo analizzato i redditi dei trevigiani negli ultimi dieci anni e la linea è fondamentalmente piatta. Questo significa che non stiamo assistendo alla famosa crescita che dovrebbe esserci rapportata all’andamento del costo della vita, che ha subito un’impennata per diverse ragioni, per l’inflazione, per l’aumento dei prezzi del supermercato, della benzina, delle bollette. Quindi, il reddito è aumentato, però non abbastanza perché nella realtà il valore è stato eroso».
È un fattore comune con altri Paesi?
«Il nostro salario non è cresciuto come negli altri Paesi, ma neanche rispetto ad altre regioni. Di fatto i nostri sono più bassi, se siamo cresciuti, ma non quanto dovevamo. Siamo notevolmente sotto anche rispetto alla media europea che è di quasi 40 mila euro annui. E anzi, focalizzandoci su quelli che sono i dati del costo della vita, rapportati all’aumento salariale netto, emerge che siamo in decrescita».
Cosa significa?
«Che siamo in una fase in cui la crescita è inferiore rispetto all’aumento che abbiamo sul carrello della spesa, sulle bollette elettriche, sul costo della casa».
Perché gli stipendi non salgono?
«Abbiamo aziende che non innovano, e quindi non riescono a garantire l’aumento del salario. Noi, per esempio, abbiamo difficoltà con lo sviluppo della contrattazione di secondo livello. In certe realtà si riusciva a fare perché erano aziende che investivano e davano più salario ai lavoratori. Sta calando la tenuta da parte delle aziende e questo rischia di impoverire di fatto i ceti medi. Stiamo assistendo a una polarizzazione».
Secondo i dati diminuisce il numero di lavoratori autonomi.
«Esatto, è aumentato il reddito da lavoro autonomo: nel 2014 (dichiarazioni 2015) si fermava a 40.000 euro, nel 2024 (dichiarazioni 2025) si è arrivati quasi a quota 72.000 euro. Ma al contempo è diminuito il numero: ci sono i pochi che hanno più ricchezze. Invece tra i 26.000 e 55.000 euro abbiamo il picco del 47,9% del tessuto, che è quello che subisce il peso della tassazione più elevata perché se si supera lo scaglione dei 30.000 euro, ci si ritrova a pagare più tasse, perdendo di fatto anche quel poco aumento ottenuto. Sono anni che chiediamo una riforma fiscale».
Cosa è stato fatto per contrastare questa criticità?
«Finora non c’è stata una spinta all’innovazione e nemmeno delle strategie sul nostro territorio che permettessero di innovare. Questo ha portato a un atteggiamento precauzionale da parte di alcune aziende che non stanno investendo e di fatto stanno impoverendo il nostro territorio da un punto di vista di salari, perché i rinnovi contrattuali che riusciamo a fare a livello nazionale non sono sufficienti. La spinta potrebbe arrivare con la contrattazione di secondo livello, ma ad oggi è frenata dal fatto che le aziende non provano ad andare oltre e quindi arriviamo ad un impoverimento generale dei salari dei trevigiani del ceto medio».
Come risolvere il problema?
«Bisogna da una parte fare un ragionamento per quella che è la prospettiva del territorio trevigiano e dall’altra parte provare ad attivare delle riforme che riescano a portare più soldi in tasca ai trevigiani, per non arrivare ad avere famiglie più povere, e genitori più poveri».
Come si può intervenire sul territorio?
«Invece di fare operazioni una tantum, è necessario fare dei ragionamenti su quello che è il futuro della nostra provincia, su quelle che possono essere le risorse che spingano all’aumento dei salari. Quindi lavorare sul territorio e capire cosa manca, cosa bisogna fare per renderlo più appetibile e fare in modo che gli imprenditori si mettano più in gioco per innovare, produrre, rischiare».
In pratica?
«Serve l’intervento della politica sia centrale ma anche locale che agevoli lo sviluppo del territorio senza lasciarlo ai meccanismi e alle dinamiche del mercato. Se si innova crescerà anche il bisogno di figure professionali qualificate, con un inquadramento e uno stipendio più alti. Qui in Veneto c’è richiesta di lavoratori, ma se le aziende chiudono, i lavoratori che cambiano azienda partono demansionati e quindi più poveri. Ecco perché bisogna dare il supporto alle aziende per permettere loro di innovare».
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