Treviso, frena l'export: pesa il calo negli Stati Uniti

I dati sono il frutto di tre fattori concomitanti: l’impatto diretto dei dazi statunitensi, il rallentamento del commercio globale con la crisi del Golfo e un “dazio implicito” dettato dal cambio

Una nave portacontainer
Una nave portacontainer

Le imprese dell’export trevigiano stringono i denti e limitano in danni della congiuntura internazionale. Le esportazioni nel 2025 sono calate dell’1,1% sul 2024 e del 3,4% sul 2023. L’export della Marca Trevigiana ha raggiunto 15 miliardi 411 milioni di euro, con in testa la Germania, con 2 miliardi 118 milioni, seguita da Francia, 1 miliardo 852 milioni, e Stati Uniti, 1 miliardo 231 milioni di euro. Il mercato degli USA è in discesa dell’8,2% rispetto al 2024 e del 3,7% sul 2023, al terzo posto per calo dopo la Turchia (- 15,6% sul 2024) e la Svezia (-14,7%), mercati comunque più piccoli rispetto a quello stelle e strisce.

I dati sono il frutto di tre fattori concomitanti: l’impatto diretto dei dazi statunitensi, il rallentamento del commercio globale con la crisi del Golfo e un “dazio implicito” dettato dal cambio. Tra agosto 2025 e marzo 2026, infatti, il dollaro si è svalutato mediamente del 9% rispetto all’euro, azzoppando la competitività di prezzo delle produzioni “Made in Treviso”.

«Senza dimenticare il caro energia», rimarca Armando Sartori, presidente Confartigianato Imprese Marca Trevigiana. «Nei quasi novanta giorni della crisi del Golfo il prezzo del gas è aumentato del 38,3% rispetto ai livelli medi di febbraio, mentre l’energia elettrica all’ingrosso segna un +12,4%. Ancora più pesante l’impatto sul gasolio: il costo industriale supera del 60% i livelli prebellici. Servono nuovi sbocchi commerciali, ma è necessaria una strategia condivisa di “Sistema Paese”, capace di coinvolgere Governo, Ice, Simest, Sace e sistema bancario. Per questo abbiamo lanciato la proposta di un “patto territoriale”.

Occorre che la Marca Trevigiana si presenti con una voce sola, che nasce da obiettivi condivisi tra associazioni di categoria, università e sistema scolastico, sindacato e istituzioni locali. A questo si somma l’aumento degli oneri finanziari che continua a incidere sulla domanda di credito. A marzo 2026 i prestiti alle piccole imprese registrano una diminuzione del 4,3% su base annua, confermando la stessa contrazione rilevata a fine 2025. Nello stesso periodo, i finanziamenti alle imprese medio-grandi crescono invece del 3,4%, evidenziando un divario sempre più marcato tra le diverse dimensioni aziendali».

Il settore più in sofferenza è la metallurgia (- 9,6% sul 2024), seguita dal tessile (- 9,2%), dalla moda (- 7,8%) e dai mobili (- 5,2%). I settori più in salute sono quello del legno (+ 12,9% sul 2024), quindi l’alimentare (+ 11,4%), i computer e l’elettronica (+ 9,2%), la farmaceutica (+ 6,4%) e i prodotti chimici (+ 6%).

L’onda lunga dei dazi imposti statunitensi si fa comunque sentire, in particolare sulle micro e piccole imprese. Tra agosto 2025 e marzo 2026 le Pmi italiane hanno perso 5,3 milioni di euro di esportazioni al giorno verso gli Usa. In otto mesi, le vendite nei comparti a maggiore presenza di micro e piccole imprese si sono ridotte del 10,4%, per una perdita complessiva di export pari a 1,293 miliardi di euro. In Veneto l’export delle micro e piccole imprese verso gli Stati Uniti ha registrato una flessione del -4,1%. Gli Usa restano comunque il terzo mercato di destinazione del manifatturiero veneto, con un peso dell’8,6% sull’export regionale totale.

Tra i comparti più penalizzati figurano i mobili (-15,8%), le altre industrie manifatturiere (-20%), gli articoli in pelle (-4,8%) e le apparecchiature elettriche (-5,1%). Tiene invece il comparto dei macchinari, che rappresenta il 24% dell’export veneto verso gli Stati Uniti, pur registrando una flessione del -3,1%.

«Alcuni mercati alternativi stiano mostrando segnali interessanti per il made in Treviso», fa notare il presidente Armando Sartori. «Nel 2025 stiamo recuperando sulla Germania, (+ 2,5%) e sulla Francia (+ 3%). Vola l’export verso gli Emirati Arabi Uniti (+ 28,1%), su un mercato però limitato a 105 milioni di euro, e verso il Messico (+ 19,5%) con 191 milioni esportati. Male il Medio Oriente, con un calo dell’1,3%. In generale nei Paesi dell’Unione Europea c’è stato un leggero aumento dello 0,5%, mentre sui Paesi extra UE si è registrata una contrazione del 3,5%».

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