Tre aggressioni in una settimana all’ospedale di Treviso, l’ordine denuncia: «Casi in aumento»
Due episodi in Psichiatria e uno al triage del Pronto soccorso. Il presidente dell’Opi Casarin: «Serve una strategia integrata per tutelare chi lavora in corsia»

Tre aggressioni in appena una settimana all’ospedale di Treviso. Due episodi violenti avvenuti all'interno del reparto di psichiatria per mano dello stesso paziente ricoverato, prima un pugno al volto a un infermiere e poi due pugni a un’operatrice sociosanitaria.
A questi si aggiunge l’aggressione avvenuta al triage del pronto soccorso, dove un infermiere è stato afferrato al collo e spinto contro una porta dal compagno di una donna soccorsa per maltrattamenti di genere. Un'escalation drammatica che riaccende il tema della tutela di chi lavora in corsia, mentre l’azienda sanitaria ha contattato prefetto, questore e si dice pronta ad avviare un tavolo di confronto con i sindacati. Interviene, a questo proposito anche Daniele Casarin, presidente dell'Ordine delle Professioni Infermieristiche (Opi) di Treviso, che rappresenta oltre 5.500 iscritti sul territorio provinciale: «Siamo disponibili anche noi a partecipare al tavolo permanente annunciato dall'Ulss 2 per un confronto utile e costruttivo».
Tre episodi gravi in pochi giorni e il quadruplicare degli episodi nell’ultimo anno. L’Opi si sta interessando alla problematica?
«Ci troviamo di fronte a un fenomeno gravissimo e ormai capillare sia a livello locale che nazionale. Quando un professionista viene aggredito non si colpisce solo la singola persona, ma si mette l'intero sistema sanitario nelle condizioni di non riuscire più a erogare il supporto e la cura al cittadino come dovrebbe. I report confermano che i contesti più a rischio sono la salute mentale e il pronto soccorso».
Quali sono le priorità da affrontare nei reparti di salute mentale?
«In psichiatria l'aggressività è un fattore purtroppo presente da sempre, ma oggi la gestione è diventata ancora più complessa. Assistiamo frequentemente a casi di "doppia diagnosi", dove alla patologia psichiatrica si sovrappongono situazioni di abuso di sostanze o dipendenze. Questo aumenta in modo esponenziale l'imprevedibilità e la violenza dei comportamenti. Sul fronte del personale, la carenza infermieristica è un problema macroscopico ovunque. Ipotizzare un incentivo al ricorso alla contenzione fisica del paziente non è la risposta per ridurre l'aggressività e va usata solo ove strettamente necessario e per il minor tempo possibile. Di fronte all'aggressione fisica pura: l'infermiere ha bisogno di essere tutelato con strumenti adeguati».
Sul piano strutturale e tecnologico, cosa si può fare concretamente?
«Serve una strategia integrata. Bene la deterrenza con la vigilanza e i posti di polizia, ma occorre lavorare molto sugli ambienti di lavoro. Penso alla disposizione dei locali, al posizionamento delle porte, alla scelta di arredi e oggetti che non possano essere staccati e lanciati. La tecnologia è un buon supporto, ad esempio con gli smartwatch per la chiamata di Sos. Tuttavia, la messa in sicurezza passa anche da gesti di autotutela che insegniamo nella formazione dei professionisti: saper leggere la sala d'attesa, chiamare subito un collega, posizionarsi dietro un vetro di protezione se la situazione degenera».
C'è poi il fronte del pronto soccorso e del rapporto con l’utenza, dove non mancano episodi di maleducazione e anche di violenza. Cosa potrebbe essere fatto per migliorare?
«Esiste un'aggressività dilagante, che non c'entra nulla con le patologie mentali, e che deriva dalla frustrazione per l'attesa o dal rifiuto di un percorso terapeutico. Questa violenza va denunciata con ancora più forza. Spesso i lunghi tempi d'attesa non dipendono da ritardi degli operatori, ma da iper-afflusso e accessi impropri ai servizi. Servono campagne di informazione per guidare l’utente verso il percorso più idoneo e occorre incrementare l’educazione civica nelle scuole e nella popolazione generale, con il supporto del Terzo settore».
Potrà mai esser fermata in maniera efficace la spirale delle aggressioni in corsia?
«Uso un parallelo con la sicurezza stradale: gli incidenti sono stati ridotti grazie a un insieme di azioni, limiti di velocità, controlli e regole. Per la sicurezza in corsia serve la stessa pervasività: prevenzione, tecnologia, revisione degli spazi, formazione sulla de-escalation del rischio e una forte alleanza educativa con la popolazione. Nessuna misura da sola è la panacea. E ricordiamo che le leggi attuali sono severe: c'è l'arresto in differita per chi aggredisce il personale».
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