Strage di San Donà, Matteo doveva tornare a casa con papà

SALGAREDA (TREVISO). Papà Roberto mostra orgoglioso la foto di Matteo sullo smartphone. È a San Siro, ci erano andati insieme un paio d’anni fa («Lui era interista sfegatato»), ci sarebbero tornati presto se il destino sabato notte avesse scritto una storia diversa. Se solo fosse andata come si erano promessi: «Papà, andremo a bere qualcosa finito il lavoro, poi vieni a prendermi tu?» aveva chiesto Matteo,
«Certo, chiamami a qualsiasi ora» la risposta del papà, che lo aveva accompagnato in auto anche all’andata per il turno di lavoro al ristorante Roadhouse. Matteo Gava, vent’anni, non lo ha chiamato, è morto mentre tornava verso casa in auto con la collega Chiara Brescaccin, 23 anni, originaria di Motta ma residente a Eraclea, che si era offerta di riaccompagnarlo.
Le ultime parole
Anche Matteo era nato a Motta, ma abitava da sempre con papà Roberto, mamma Silvana e il fratello Mauro nella villetta alla fine di via Bonetto a Campobernardo, frazione di Salgareda, accanto a un capitello dedicato a Maria dove, hanno ricordato i vicini, qualche anno fa, a maggio, anche lui andava a rosario con tutto il resto del paese.
È qui, piegato sul cancello di casa per il dolore, che domenica mattina, poche ore dopo la tragedia, lo ricorda papà Roberto, sconvolto, ma con gli occhi che si illuminano quando parla del suo Matteo: «Un ragazzo che sapeva cosa voleva, e che avrebbe potuto fare qualsiasi cosa nella vita. Dovevo riportarlo a casa io, lo avevo già portato al lavoro, lui aveva lasciato l’auto a casa. Eravamo rimasti d’accordo così, poi la collega si è offerta di riaccompagnarlo. Stanotte ho sentito dell’incidente, quei ragazzi morti, e c’era anche Matteo».
Il lavoro
Suo figlio aveva iniziato a lavorare nel nuovo ristorante Roadhouse di Noventa ufficialmente dal primo agosto di quest’anno, data dell’inaugurazione, ma aveva seguito un corso di formazione di diversi mesi prima di mettersi ai fornelli. Era addetto alla griglia, e ieri il suo responsabile lo ha ricordato come un ragazzo di talento, che avrebbe potuto fare carriera.
Aveva avuto diverse esperienze professionali dopo il diploma e ora aveva trovato stabilità. Il turno al ristorante finiva di solito tra le undici e mezzanotte, poi qualche uscita con amici e colleghi prima di rientrare a casa. Eccessi, mai: chi lo conosce giura che non era proprio il tipo.
Avrebbe continuato a lavorare al ristorante, la carriera che sognava però era un’altra: «Voleva diventare carabiniere» racconta ancora papà Roberto, «giovedì e venerdì della settimana scorsa era stato a Roma per alcune prove, si teneva sempre informati sui concorsi per entrare nell’Arma. Ne aveva già fatti un paio, ci teneva, ce l’avrebbe fatta». La vita gli avrebbe offerto, in ogni caso, tante altre possibilità: «Era perito elettromeccanico. Aveva studiato tre anni allo Scarpa-Mattei di Fossalta e due al Don Bosco di San Donà».
Il volontariato
L’altra grande passione era quella per il calcio: «Aveva giocato con le squadre di Salgareda e Noventa, si è sempre dato da fare». Lo conoscevano tutti, in paese, non solo perché era «un ragazzone alto, che sfiorava i due metri», come ricordano con un po’ di enfasi i vicini, ma anche perché ogni anno collaborava con il Comitato festeggiamenti di Campobernardo, partecipava alla vita parrocchiale, si faceva vedere in paese. Con la sua famiglia era sempre rimasto in via Bonetto, nella villetta ricavata accanto alla vecchia casa ristrutturata, con un giardino e due cani.
Lo ricorda bene il sindaco di Salgareda, Andrea Favaretto: «Lo conosciamo da sempre, veniva in ambulatorio di me, e il papà Roberto era stato mio compagno di classe alle medie. Un ragazzo eccezionale e buono, attivo con il comitato della sua frazione, un giovane perfettamente inserito nella sua comunità. Mai un eccesso, mai un problema. È una tragedia per tutti, abbiamo cancellato il concerto di Natale con il coro della frazione, non è una giornata in cui festeggiare. Possiamo solo stringerci alla famiglia e portarle le nostre più sincere e sentite condoglianze. Dobbiamo stare vicini a mamma e papà e al suo fratellino più piccolo, che gli era molto legato». —
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