Siccità, il piano del Consorzio Piave: «Servono 40 milioni per cambiare l’irrigazione»
Il Consorzio di bonifica Piave propone di completare la riconversione di 20 mila ettari dal sistema a scorrimento a quello a goccia per ridurre i consumi d’acqua e proteggere l’agricoltura trevigiana

Quaranta milioni di euro per salvare i campi dalla siccità. Tanto basterebbe per modificare l’intero sistema di irrigazione provinciale portandolo da quello a scorrimento (come quello a cui siamo abituati) al sistema a goccia. In questo modo ci sarebbe un risparmio di quasi 2/3 di acqua e i prodotti piantati sui 50.000 ettari di terra trevigiana potrebbero crescere nel migliore dei modi. Questa è l’analisi di Amedeo Gerolimetto, presidente del Consorzio di bonifica Piave.
L’irrigazione
«Le opere che oggi utilizziamo in agricoltura risalgono a 100 anni fa, sono andate bene ma ora è il momento di renderle più efficienti». Così il presidente spiegai motivi per cui si rende necessaria una revisione di tutto il sistema.
«Bisogna ripensare al sistema di irrigazione che oggi è a scorrimento e trasformarlo in un sistema di irrigazione a goccia, che garantisce un risparmio di 2/3 di acqua. Il Consorzio oggi si occupa di 50.000 ettari, bisogna programmare opere per modificare il sistema dato che nei prossimi anni il fattore siccità diventerà sempre più marcato, non dobbiamo farci cogliere impreparati, dobbiamo garantire ai coltivatori di poter lavorare. Dobbiamo tutelare i prodotti della terra trevigiani che vengono esportati e sono conosciuti in tutto il mondo».
Secondo il Consorzio di bonifica Piave, quello a goccia è il sistema più efficiente: richiede una dotazione minima ridotta (circa 0,3-0,4 litri al secondo per ettaro) rispetto allo scorrimento o alla pluvirrigazione e porta l’acqua direttamente alle radici. In questo modo il consumo di acqua diventa molto più efficiente dato che nei periodi di forte caldo si riduce l’evaporazione superficiale nei periodi di forte caldo. Questo tipo di sistema di irrigazione consentirebbe anche una gestione mirata della risorsa e quindi diventa uno strumento ideale per colture specializzate, orti e giardini autorizzati.
La situazione attuale
Su 50.000 ettari di terreno gestiti dal Consorzio di bonifica Piave, oggi 30.000 sono già stati ammodernati, ma per completare i restanti 20.000 occorrono circa 40 milioni di euro da investire. Il piano prevederebbe interventi divisi in lotti da 5-10 mila ettari: un investimento chiave per superare il vecchio sistema a scorrimento.
Il consorzio da anni sta portando avanti il progetto di riconversione irrigua per sostituire i vecchi canali aperti con moderni sistemi a pressione Passaggio da canali in calcestruzzo a reti tubolari in pressione. Per completare i 20.000 ettari restanti c’è bisogno di fondi statali che, secondo Gerolimetto, dovrebbero essere allocati dal Ministero dell’agricoltura e poi destinati alle diverse province dalla Regione del Veneto. «Bisognerebbe avere a disposizione 10 o 20 milioni di euro ogni 3 anni al massimo, in modo da riuscire a terminare l’opera.
Ora più che mai è fondamentale fornire risorse economiche ai consorzi di bonifica perché possa continuare il percorso di adattamento il cambiamento climatico», approfondisce il presidente del Consorzio Piave. In queste settimane di caldo torrido diversi agricoltori e allevatori sono tornati sul tema degli invasi. Gli addetti al settore richiedono la realizzazione di micro-invasi, casse di laminazione e bacini di accumulo per contrastare la siccità estiva e mitigare il rischio idraulico, attraverso la riqualificazione di ex cave o aree di risorgiva, anche in collaborazione con i consorzi di bonifica locali.
La proposta
Nei giorni scorsi il presidente provinciale della Cia, Salvatore Feletti, aveva avanzato come possibilità quella che vengano creati degli invasi aziendali, in modo da rendere gli agricoltori più autonomi. Secondo Amedeo Gerolimetto, questa non rappresenta una soluzione effettiva: «Gli invasi non servono per risolvere il problema dell’irrigazione, ma per una questione di sicurezza idraulica. Siamo di fronte a cambiamenti epocali che porteranno non solo periodi sempre più lunghi siccità, ma anche bombe d’acqua di forte intensità. La soluzione, in questo caso è una e ha un nome che non piace: sono le doghe. Delle opere che possono garantire la sicurezza idrica, incamerare e trattenere l’acqua in eccesso e garantire la fornitura nei periodo di emergenza. Ad oggi però sembra complicato poter pensare in questa ottica. È importante cominciare a prevenire quelli che saranno gli effetti del cambiamento climatico e le dighe possono essere uno strumento importante. Bisogna pensare a come trattenere l’acqua in un territorio argilloso come il nostro dare risorse ai consorzi di bonifica per riuscire ad adattarsi al cambiamento climatico altrimenti perderemo tutti i nostri prodotti certificati».
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