«Siamo omosessuali, chiediamo asilo», altolà di Gentilini

«Sono omosessuale, chiedo asilo politico a Treviso». È questa, in sostanza, la richiesta che sta arrivando con sempre maggiore frequenza in questura a Treviso. Tra le numerose istanze pervenute in questi giorni spuntano anche otto domande di asilo politico da parte di altrettanti cittadini kosovari. Hanno presentato tutta la documentazione per dimostrare che non sono garantiti nel paese d’origine. Su queste richieste, giunte in plichi perfettamente identici tra loro, l’Ufficio immigrazione ha aperto un’indagine. «Treviso non deve diventare la città dei gay», afferma senza tanti giri di parole lo sceriffo Giancarlo Gentilini, «sono sicuro che queste richieste non arrivano alla Padova guidata da Bitonci. Sono i risultati di questa amministrazione». «È una vicenda che non compete il Comune di Treviso», gli risponde Liana Manfio, assessore al Sociale, alla Sanità e alla casa a Ca’ Sugana, «queste sono ridicole speculazioni politiche».
La norma. Una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha infatti sancito il diritto a ottenere lo status di rifugiato anche per gli omosessuali che nei propri paesi sono perseguitati per l’orientamento sessuale. «Gli omosessuali che richiedono asilo», si legge nelle motivazioni dei giudici, «devono essere considerati un particolare gruppo sociale esposto al rischio di persecuzione a causa del loro orientamento sessuale». Dunque anche in Italia bisogna concedere la protezione internazionale allo straniero omosessuale se nel suo Paese d’origine essere gay è considerato un reato.
Le richieste e le relative documentazioni ora dovranno essere comunque passate in esame dalla Commissione per il rilascio dell’asilo politico. A insospettire gli agenti della questura di Treviso è però il format delle richieste arrivate: tutte uguali per tutti ii soggetti coinvolti. «È il sindaco che fa la città», aggiunge lo Sceriffo Gentilini, «se si sparge la voce che a Treviso c’è questa ventata di “modernità” la responsabilità non può che ricadere sull’amministrazione comunale. Nella Padova di Bitonci queste cose di certo non succedono. Non voglio che Treviso diventi la capitale dei matrimoni gay mentre è lasciata andare allo sbando».
Il Comune. «Quelle di Gentilini sono ridicole speculazioni politiche», gli risponde l’assessore Manfio, «le elezioni sono finite e non è possibile continuare a fare campagna elettorale. Questo è un aspetto che certamente non compete all’amministrazione comunale che, soprattutto in questa fase, ha ben altri problemi da affrontare sul tema profughi. Certamente però siamo contro l’omofobia e, se queste persone ne hanno diritto, è giusto concedere l’asilo».
Nelle scorse settimane la Cassazione ha accolto il ricorso di un cittadino liberiano la cui richiesta era stata respinta. Inoltre, sia in primo che in secondo grado, le sue ragioni non erano state ritenute valide. Anche perché inizialmente non aveva denunciato il suo orientamento sessuale ma solo al momento della riproposizione della domanda di protezione già respinta. I Supremi Giudici, invece, hanno cassato l’ordinanza impugnata e rinviato la decisione alla Corte di Appello di Napoli, specificando di tener presente «la circostanza della omosessualità del richiedente, la condizione dei cittadini omosessuali nella società liberiana e lo stato della relativa legislazione».
Che fare? Il problema in questo caso è come verificare l’orientamento sessuale del richiedente. Una questione spinosa di cui si è recentemente occupata l’Europa. I giudici precisano, infatti, che certamente non si possono produrre video di atti intimi, né sottoporsi a speciali “test”. Le dichiarazioni del diretto interessato costituiscono solo il punto di partenza, e hanno bisogno di una conferma.
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