«Senza meritocrazia giovani in fuga dal Paese»
Ci sono 11 mila trevigiani sparsi nei cinque continenti che aderiscono alle 155 sezioni dei "Trevisani nel mondo". Dal Brasile all'Australia, dall'Argentina al Canada. A Montreal è stato appena festeggiato il 35esimo anniversario della sezione con il presidente Guido Campagnolo. «C'è ancora tantissima voglia di condividere le radici da parte degli italiani all'estero, in Brasile ad esempio c'è un amor di patria grandissimo», dice il presidente Campagnolo, «ma il rapporto degli italiani all'estero con la madrepatria deve essere alimentato anche dall'Italia con una politica adeguata». Un dato approssimativo fornito dalla diocesi parla di circa 40.000 emigrati di prima generazione che, con i discendenti, arrivano a 300 mila provenienti dai paesi della diocesi di Treviso. Di emigrazione e immigrazione si è parlato a Treviso nel corso delle celebrazioni per il 50° anniversario di fondazione dell'Unaie, l'Unione nazionale associazioni immigrati ed emigrati che raccoglie una trentina di associazioni di italiani nel mondo (1.600 sezioni), tra cui anche i "Trevisani nel mondo". Una location, quella di Ca' dei Carraresi, scelta quale omaggio all'emigrazione veneta di inizio Ottocento e a Dino De Poli, presidente emerito di Unaie dopo svariati anni alla guida dell'Unione. «Nell'Ottocento gli emigrati italiani chiedevano assistenza, aiuto, protezione giuridica e sul lavoro. Le stesse cose che chiedono i migranti che oggi arrivano nel nostro Paese», spiega Aldo Aledda, vicepresidente nazionale di Unaie, «tutto quello che è stato sofferto dagli emigranti italiani è analogo a quanto patiscono i migranti di oggi. Nei confronti di questa ondata migratoria dobbiamo tenere un atteggiamento razionale, prudente ma sereno. Dal punto di vista economico abbiamo bisogno dell'apporto di questi flussi». Oggi l'emigrazione dall'Italia vede protagonisti soprattutto i giovani, tanti anche quelli partiti dalla Marca per l'estero. «Fenomeno che preoccupa non tanto perché fuggono dalla mancanza di lavoro, ma dal sistema: non c'è meritocrazia, le istituzioni, in primis l'università, sono ancora di stampo baronale», aggiunge Aledda. (ru.b.)
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