«Quel mefedrone non era droga» Il giudice assolve i fratelli Ongaro

Assolti. I fratelli Ongaro non spacciavano droga. O meglio, al momento dell’arresto, quella sostanza sintetica non era considerata tale nei tabellari ministeriali, le “carte” che distinguono le sostanze proibite da quelle consentite. Droga per gli effetti quindi, ma non droga per la legge. Dopo quattro anni di processo, oltre duecento giorni di carcere, una guerra di perizie, ieri è arrivata la sentenza di primo grado per il capo di imputazione più pesante rivolto a Riccardo e Alberto Ongaro, 25 e 22 anni, difesi dagli avvocati Francesco Murgia e Paola Brocardi, lo spaccio di sostanze stupefacenti. Il giudice Leonardo Bianco, ieri mattina, li ha assolti con formula piena, perché «il fatto non costituisce reato».
«Non era droga». A far “saltare” il processo, una recente sentenza della Corte Costituzionale che, ripristinando la distinzione tra droghe leggere e pesanti ha anche dichiarato illegittimo il decreto Fini-Giovanardi, che aveva ridisegnato le tabelle per classificare le sostanze stupefacenti. Il solido impianto accusatorio (le indagini sono state coordinate dal pubblico ministero Valeria Sanzari) è stato minato dalla difesa, che ha dimostrato che la sostanza trovata agli Ongaro non era chimicamente assimilabile al mefedrone “tabellato”: non lo era la sostanza in sé, così come il composto da cui veniva estratta. Cruciali i risultati della consulenza eseguita da Gianpietro Frison e Marina Calipera. La Consulta poi era stata chiara: tutti i provvedimenti in materia di stupefacenti adottati dopo il 2006 sono illegittimi in quanto viene contestato il metodo in cui le tabelle sono state composte, ovvero con un decreto legge. Impensabile, secondo la Corte costituzionale, modificare a livello penale gli illeciti in questo modo.
Il processo continua. Cade l’accusa più pesante, ma il processo è stato riaggiornato al 16 marzo per gli altri capi di imputazione. Restano le accuse di detenzione di stupefacenti (nel caso specifico 0,6 grammi di cocaina), di minacce e di violenza privata per il solo Riccardo Ongaro. I due fratelli erano stati arrestati il il 29 dicembre del 2010. Dall'autunno del 2009 fino a quando vennero arrestati per spaccio (passando i successivi otto mesi in carcere), i fratelli Ongaro avrebbero importato dall'estero e poi "tagliato" e smerciato qui in città ingenti quantità di mefedrone. Stando al capo d'imputazione, i due fratelli avevano a disposizione la JHW-018, un analgesico chimico utilizzato come principio attivo in alcuni dei principali sostituti sintetici della cannabis, e l'MDPV, sostanza psicoattiva con proprietà stimolanti (in pratica una nuova droga di sintesi). La madre degli Ongaro, Margherita Vergani, si era battuta per ottenere la loro scarcerazione, avvenuta oltre 200 giorni dopo l’arresto.
«Sentenza fondamentale». «È una sentenza importantissima perchè scrive una pagina fondamentale nell'individuazione del rapporto tra legalità e giustizia» ha afferma l'avvocato Francesco Murgia, «È impossibile che qualcosa non sia giusto se non è legale. È chiaro che la giustizia è una tensione del diritto, è una tensione del sistema, ma non può esserne invertito il rapporto. Non può esistere qualcosa che non è legale che sia giusto. Andare a cercare la morale e la giustizia nel senso più ampio ed etico del termine in determinati comportamenti significa incorrere in un equivoco fondamentale perchè nulla può essere accertato se non in termini legali. La legalità è il nostro mondo e la giustizia è quello a cui tendiamo».
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