«Quanta nostalgia di Caberlotto»

Caio Cavallin, coscienza storica del tifo: solo promesse, dirigenti non all’altezza
Di Silvano Focarelli

Gli ultimi disperati tentativi di non far morire il calcio in città apparterrebbero a un gruppo di tifosi pieni di passione e di “schei”, che però dovrebbero creare dal nulla una società e iscriverla in Promozione entro domani alle 12. Tempo scaduto ragazzi. Sarebbe meglio mettersi l’animo in pace e prendere atto che Treviso sta per diventare l’unico capoluogo di provincia italiano senza una squadra di calcio, né tra i pro né fra i dilettanti. E, si badi, stiamo parlando del ricco Nordest, non di qualche zona depressa.

A proposito di depressione, quella dei tifosi biancocelesti, quest’anno salita mano a mano a livelli impressionanti, nelle ultime ore si è acuita dalla prospettiva di vedere, laddove c’era il glorioso Tenni (ottant’anni appena compiuti), un banale parcheggio, magari a pagamento. C’è chi si dice convinto che con Gentilini non sarebbe mai successo: ha ragione, in effetti lo sceriffo lì ci voleva seminare le pannocchie. Ma sulla sparizione del Calcio Treviso, è d’obbligo ascoltare Claudio Cavallin detto “Caio”, il capo carismatico, la coscienza della curva Di Maio, tifoso che seguiva la squadra da oltre cinquant’anni. «Sono allibito: in 104 anni di storia non era mai successo. Tutti gli imprenditori hanno promesso e promesso, ma alla fine cos’è stato fatto? Avrebbero fatto miglior figura a starsene zitti, oppure ammettere che il calcio in un comune di 90 mila abitanti non interessa più a nessuno: mi no vo a combatar, questa è la verità». Poco importa come si sia arrivati fin qua, ciò che fa più male sono le prospettive. «Vero, è stato Corvezzo a trascinarci in questa situazione», dice Cavallin, «ma dopo di lui c’era tempo per rimediare, invece ho sentito solo chiacchiere. Zanetti? Di lui ho solo un triste ricordo. Rimpiango personaggi come Palla, come Mansi, come Caberlotto, altra caratura rispetto a quelli di oggi».

Insomma, senza calcio e forse senza stadio. «Dovrebbe intervenire il Comune, al quale però ricordo che il Tenni appartiene alla città, cioè a tutti. Certo che la sparizione del calcio è grave, è lo sport che in qualche modo ci fa dimenticare i problemi con cui dobbiamo combattere ogni giorno: altro che Treviso Città Europea dello sport, ma fatemi il piacere, è bastato che un imprenditore si ritirasse per mandare tutto in malora». Non meno caustici i commenti che si trovano su internet: Andrea: «Una storia così bella non può finire sotto una colata di cemento». Roberto polemizza: «Se lo fanno è uno schifo, ma quelli che hanno gli appartamenti lì vicino non hanno visto che c’era uno stadio? Mica era piccolo, e poi guardavano anche le partite gratis. Poi dicono che i comuni non hanno soldi, così se ritornerà una squadra dovranno farne un altro». Un secondo Andrea tuona: «Stadio di proprietà, sede e società fuori dal territorio comunale!». Infine Paolo, altro tifoso a dir poco amareggiato: «Mi sembra di vivere un incubo». Ma è tutto vero.

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