Presi all’aeroporto: la banda dell’Audi finisce in carcere

TREVISO. Poche ore e avrebbero lasciato il suolo italiano: stavano per imbarcarsi su un volo per Vienna. E chi li avrebbe visti più? Ma grazie all’impegno congiunto della Procura, del gip e dei carabinieri di Pordenone, sono stati arrestati appena in tempo allo scalo di Malpensa. La banda dell’Audi A6 rubata, stavolta, è finita in carcere a Milano, con l’accusa di furto aggravato e ricettazione.
Proprio gli stessi tre cittadini albanesi protagonisti della scorribanda che martedì sera aveva impegnato i carabinieri in un inseguimento a tutta velocità fino a Meduna di Livenza, dopo un furto ad Azzano Decimo. Accerchiati dalle pattuglie, avevano abbandonato l’Audi A6 (rubata l’11 novembre a Pordenone) in mezzo al ponte. Due di loro si erano gettati in acqua, il terzo era scappato nella boscaglia, pur di sfuggire alla cattura.
Poco prima dell’alba di mercoledì i tre cittadini albanesi (i due fratelli Lorenc ed Enis Shafloqi, 39 e 22 anni e Elton Elia, 33 anni) erano stati rilasciati, con una denuncia a piede libero: questa la decisione assunta dalla magistratura trevigiana, che non aveva ravvisato i presupposti per un arresto in flagranza e nemmeno per un fermo per gravi indizi di reato (la cattura della banda era avvenuta nella sua giurisdizione).
Il mancato arresto aveva scatenato un fuoco di fila di polemiche, la Lega Nord aveva portato il caso in Parlamento, era esplosa l’indignazione dei cittadini e pure di vari esponenti politici, dal sindaco di Meduna di Livenza Marica Fantuz, del Carroccio, al sottosegretario all’economia, Enrico Zanetti, che si era dichiarato «sconcertato». Dal canto suo il procuratore di Treviso Michele Dalla Costa aveva respinto al mittente le accuse e difeso l’operato del suo ufficio. «In base alle informazioni in nostro possesso – le sue parole – non si poteva fare diversamente».
L’indagine condotta dai carabinieri della Compagnia di Pordenone, però, ha consentito di raccogliere ulteriori elementi a carico del terzetto. I militari hanno attribuito con certezza un furto perpetrato in un’abitazione ad Azzano Decimo la sera stessa dell’inseguimento: il proprietario aveva già riconosciuto la bigiotteria rubata e rinvenuta nelle tasche di uno dei tre albanesi quella stessa notte. C’erano anche i gravi indizi della ricettazione, visto che la banda è scappata a folle velocità a bordo di un’auto rubata, cercando di seminare ripetutamente i carabinieri lanciati all’inseguimento. La Procura di Pordenone ha preso quindi in mano la situazione. Con il pieno appoggio e la supervisione del procuratore reggente Federico Facchin, il pm Monica Carraturo ha avanzato al gip Alberto Rossi una richiesta di custodia cautelare in carcere per i tre soggetti, peraltro senza fissa dimora.
Per gli inquirenti non solo c’era un pericolo concreto di fuga (e i fatti gli daranno ragione), ma pure il pericolo di reiterazione del reato. In meno di ventiquattro ore tutte le procedure sono state completate e l’ordinanza è stata firmata dal gip Rossi giovedì.
Subito i carabinieri hanno diramato gli avvisi di ricerca, in una corsa contro il tempo. I nomi dei tre albanesi sono stati diffusi anche in tutti gli scali aeroportuali d’Italia. Per fortuna non avevano ancora lasciato il Paese, ma stavano pianificando la partenza. Quando ieri sera, intorno alle 19.15, i tre albanesi si sono presentati all’imbarco, con le valigie in mano, all’aeroporto di Malpensa, al terminal di controllo dei documenti è scattato l’allarme. La polizia di frontiera di Malpensa li ha così arrestati. I tre sono stati accompagnati al carcere di San Vittore.
Riproduzione riservata © Tribuna di Treviso









