Operai si licenziano per lavorare in nero denunciata una cooperativa di indiani

Quindici addetti stranieri presentano le dimissioni contemporaneamente. Cgil segnala il caso a Prefettura e Ispettorato



Si sono presentati in 15 negli uffici trevigiani della Cgil, uno dopo l’altro, per licenziarsi. Tutti appartenenti alla stessa cooperativa agricola che li aveva assunti poche settimane prima, tutti adducendo la stessa scusa: «Sto male, non posso lavorare, ma il titolare mi ha assicurato che mi riprenderà quando starò meglio». Il viavai registrato nell’ultimo mese a Treviso, da parte di una quindicina di lavoratori stranieri, non poteva passare inosservato, e infatti Cgil ha denunciato tutto a Prefettura e Ispettorato del lavoro. Nel mirino è finita una società cooperativa gestita da un titolare indiano, con sede nella Marca, specializzata nella fornitura di manodopera per lavori nei campi. Il sospetto è che quegli stessi lavoratori, dopo essersi licenziati, tornassero a operare in nero per il datore che li aveva inizialmente, e per un breve periodo, assunti. Perché? Per mostrare di avere una forza lavoro sufficiente ad aggiudicarsi gli appalti del settore.

nei campi in nero

Sono gli “invisibili” dell’agricoltura trevigiana, braccia impegnate tra i filari di Prosecco così come nei campi di radicchio con orari impossibili e paghe da fame, invisibili perché assunti in nero e spesso (quasi sempre) senza documenti, clandestini che si sono visti rifiutare la domanda d’asilo e sono usciti dai radar delle istituzioni. Testimone di quanto accaduto è Nicola Atalmi, segretario generale Slc Cgil Treviso: «Ora per dimettersi è necessario presentarsi in una sede sindacale perché ci sono varie pratiche elettroniche da espletare» racconta il sindacalista, «nell’ultimo mese ci siamo accorti di questo viavai sospetto di lavoratori stranieri appartenenti tutti alla medesima cooperativa, gestita da un indiano, che si occupava di lavoro nei campi. Davanti ai dubbi che sollevava il sindacato, loro restavano irremovibili: volevano dimettersi a tutti i costi. Il nostro sospetto è che la cooperativa per riuscire ad aggiudicarsi gli appalti dimostrasse di avere una quindicina di dipendenti, e poi li facesse dimettere per farli lavorare in nero». Saranno appunto Prefettura e Ispettorato del lavoro a confermare, eventualmente, i sospetti di Cgil, più che fondati se si considera che episodi come questo sono, se non proprio all’ordine del giorno, assai più frequenti che in passato. «I settori più a rischio sono l’agricoltura, la ristorazione e il turismo» conferma Atalmi.

lavapiatti “invisibile”

Episodi di caporalato vero e proprio, con furgoni che caricano richiedenti asilo al mattino fuori dai centri di accoglienza, si alternano a situazioni più sfumate, ma comunque irregolari. È il caso di un cittadino bengalese, residente nella Marca senza documenti, impegnato come lavapiatti in un ristorante della provincia. La domanda di asilo gli è stata respinta, lui continua a mantenersi da vivere lavorando in nero in cucina. Non ha documenti e per le istituzioni non esiste, ma come centinaia di altri cittadini stranieri contribuisce al benessere di qualcun altro. —



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