Omicidio a Capo Verde: l’assassino di Marilena fu scarcerato grazie a una colletta tra connazionali

Tre anni fa Coppola finì in galera per un’aggressione ma fu liberato su cauzione. Lui insiste: «Non volevo ucciderla»

TREVISO. «È vero, l’ho picchiata ma non volevo ucciderla». Gianfranco Coppola, 48 anni, ha fatto le prime ammissioni, in tribunale di Boa Vista, durante l’udienza di convalida del fermo. La linea difensiva dell’assassino di Marilena Corrò, l’albergatrice trevigiana di 52 anni, titolare di un b&b a Sal Rei a Capo Verde, ammazzata martedì mattina, sembra chiara: Coppola cerca un’incriminazione più tenue rispetto all’omicidio volontario che gli costerebbe molti anni di galera. Per questo sostiene che l’albergatrice trevigiana sarebbe morta dopo aver accidentalmente perso l’equilibrio ed aver sbattuto la testa violentemente a terra. Intanto, nell’isola di Capo Verde, infuria la polemica tra connazionali italiani dopo la notizia dell’arresto di Coppola.

Il kick-boxer italiano, tre anni fa, era stato liberato grazie ad una colletta raccolta da connazionali dopo che era finito in cella per aver aggredito un altro italiano. Tremila euro raccolti e usati per farlo uscire di galera. «Se non aveste raccolto quei soldi, lui sarebbe rimasto in carcere e questa tragedia non sarebbe successa», sono le accuse che circolano sui social tra gli italiani dell’isola. Lo stesso consolato di Capo Verde a Milano conferma la notizia: «Coppola fu liberato su cauzione e riacquisì la libertà dopo aver risarcito la vittima dell’aggressione», conferma Edna Lopes, console onorario. Anche il socio dell’assassino, Pierangelo Zigliani, 68 anni, arrestato per favoreggiamento, ha fornito alla polizia giudiziaria di Boa Vista un alibi che non ha convinto gli investigatori. Zigliani si è dichiarato estraneo a ogni accusa sostenendo che stava dormendo mentre si consumava l’assassinio dell’albergatrice trevigiana. In realtà è stato un vicino di casa, che vive accanto al b&b della Corrò, testimone chiave dell’indagine, a smentire l’alibi di Zigliani. Il socio di Coppola, nella gestione del bar “Maison Coloniale”, secondo la polizia, avrebbe aiutato l’assassino a mettere il corpo di Marilena in una cisterna per l’acqua all’interno della sua pensione e a cancellare ogni traccia di sangue.

La minaccia di una denuncia sarebbe il movente dell’omicidio. Secondo indiscrezioni, Marilena avanzava diecimila euro di affitto non pagato del locale adibito a bar all’interno del b&b «A Paz» gestito da Cappola e Zigliani. Stanca dei continui rinvii, l’albergatrice trevigiana martedì si è presentata da Coppola per chiedere conto dei soldi che avanzava. Il suo assassino, noto in passato per altre aggressioni, l’avrebbe picchiata prima e con una spranga in ferro o un martello le avrebbe assestato un colpo in testa, causandone la morte. A scatenare il raptus omicida è stata la minaccia di Marilena di denunciarlo per spaccio di droga. Non a caso, nel bar Maison Colonial, all’interno del b&b, la polizia ha sequestrato molta cannabis e diversi telefoni cellulari. È questa la ricostruzione del delitto fatta dalla polizia giudiziaria grazie alla versione chiave resa da un vicino, testimone oculare del tentativo di Coppola e Zigliani di nascondere il cadavere e ripulire le tracce dell’assassinio. Intanto il passo successivo, nell’indagine, è quello dell’autopsia.—

Marco Filippi

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