«Non esiste un mix di farmaci per guarire dal Covid a casa»

I manifestanti invocano “cure domiciliari” come quella del dottor Szumski L’altolà dell’esperto: «Idrossiclorochina inefficace e pericolosa per il cuore»
Valentina Calzavara

treviso

A che punto sono le cure farmacologiche contro il Covid, chieste a gran voce dai manifestanti nelle piazze trevigiane? Esiste una terapia domiciliare in grado di impedire che i pazienti, destinati alle forme gravi della malattia, arrivino all’ospedale? Riccardo Szumski, medico di base a Santa Lucia di Base, è diventato un “guru” dei manifestanti, ma la sua terapia a base di idrossiclorochina è stata bocciata dall’American Journal of Medicine.

Antonio Clavenna è a capo del laboratorio di Farmacoepidemiologia dell’Istituto Mario Negri di Milano, eccellenza internazionale nel campo delle ricerche farmacologiche. «Al momento non ci sono farmaci per uso domiciliare, di provata efficacia, adoperabili come terapia anti-Covid. Non esiste ad oggi una terapia contro l’infezione ma solo dei farmaci di supporto che possono attenuarne i sintomi. Tuttavia, quando l’infezione si manifesta con una certa gravità l’unica strada possibile è l’ospedale».

Una prima distinzione sulla tipologia di trattamento va fatta alla luce delle diverse caratteristiche con cui il contagio può colpire. «Se guardiamo ai dati dell’epidemia: più del 90% dei contagiati da Covid sviluppa una blanda infezione che dura tra i 5 e i 10 giorni e guarisce da sé, senza bisogno di nient’altro. Talvolta vengono impiegati a casa dei farmaci che tengono sotto controllo i sintomi, ad esempio il medico può consigliare il paracetamolo per abbassare la febbre o prescrivere degli antinfiammatori non steroidei, questi ultimi con qualche beneficio nel rallentare lo sviluppo dell’infiammazione».

Nessun mix miracoloso quindi ma solo quanto indicato nelle raccomandazioni del Ministero della Salute per il trattamento dei positivi a domicilio. «Queste indicazioni contengono due aspetti fondamentali» evidenzia Clavenna, «l’importanza che il paziente venga valutato clinicamente dal medico e il fatto che l’introduzione di farmaci deve essere motivata da un aggravamento del quadro del paziente o dalla presenza di fattori di rischio per patologie pregresse, in casi specifici con una profilassi per evitare la formazione di trombi». Come negli Stati Uniti, anche in Italia, l’impiego dell’antimalarico idrossiclorochina, dopo un’iniziale apertura è stato bocciato. «Nei primi mesi della pandemia appariva un farmaco promettente, ma studi successivi ne hanno poi rivelato l’inefficacia sia nel trattamento delle forme lievi sia di quelle gravi del Covid, oltre al rischio di possibili effetti collaterali seri a livello cardiaco».

Molto discusso è anche l’impiego dell’ antiparassitario ivermectina. «Al riguardo esistono degli studi eseguiti nel Sud America che ne ipotizzano una certa efficacia, ma presentano dei limiti sotto il profilo del metodo utilizzato. Finora non è stata dimostrata una riduzione di mortalità o di durata della malattia. E va tenuto presente che questo farmaco, così come l’idrossiclorochina, spesso ha mostrato una certa efficacia contro il virus nelle colture di laboratorio ma con dosaggi molto elevati che rischiano di avere effetti tossici sull’uomo».

Nessun complotto a danno dei cittadini, nessuna omissione su cure efficaci già scoperte e tenute nascoste per continuare a spendere 2 mila euro al giorno di terapia Intensiva per ogni paziente intubato: «Dopo una certa gravità l’unica frontiera è il ricovero». —



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