Nata con sindrome di Down la Cassazione: va risarcita

La madre aveva chiesto al ginecologo di fare tutti gli accertamenti possibili Per la Suprema Corte la vita, i rapporti sociali e familiari sono stati condizionati
Un'aula di tribunale
Un'aula di tribunale

CASTELFRANCO. Risarcita per essere nata con la sindrome di Down, che le ha condizionato la vita, i rapporti sociali e l’ambiente familiare. Risarcita perché la sua particolare alterazione genetica si sarebbe potuta scoprire già in fase di gestazione con esami specifici che la madre aveva chiesto, riservandosi la possibilità di interrompere la gravidanza, ma che il ginecologo di Castelfranco non aveva effettuato.

La sentenza.  Con sentenza pubblicata lo scorso 28 giugno, ha quindi ribadito il suo orientamento già anticipato in una precedente sentenza del 2012, ma mai applicato dalla Corte d’Appello di Venezia: ai risarcimenti già riconosciuti agli altri familiari va aggiunto anche quello alla protagonista della vicenda. La ragazza oggi ha vent’anni, e – secondo la Cassazione – ha dovuto trascorrere questa prima fase della sua esistenza in un «contesto familiare alterato», in cui la madre avrebbe interrotto la gravidanza se fosse stata avvertita della malformazione del feto, e nel quale si rendeva «più arduo» il rispetto di tutti i diritti e doveri a carico dei genitori, proprio perché non preparati a un’evenienza che avevano chiesto di poter prevedere.

I risarcimenti già riconosciuti. Il caso, trattato “in punta di diritto” prima dal Tribunale di Treviso, poi dalla Corte d’Appello di Venezia e infine dalla Suprema Corte romana, aveva già fatto discutere a livello nazionale per le sue implicazioni etiche. Ma agli atti è anche, e soprattutto, un discorso di soldi. Nel 2014 la Corte veneziana aveva stabilito che alla madre, cui era stata diagnosticata una «menomazione dell’integrità psico-fisica» dalla nascita della figlia, andassero 24 mila euro di risarcimento, altri 15 mila circa al padre, 5 mila per ciascuna delle altre figlie, 720 mila per il danno patrimoniale prendendo come riferimento il costo mensile di una collaboratrice domestica. Niente, invece, alla ragazza affetta dalla sindrome di Down: riassumendo il pensiero della Corte d’Appello, il danno di non essere nata (nel caso la madre avesse abortito) sarebbe stato peggiore rispetto a quello di essere nata (e vissuta) con la sindrome di Down.

La svolta giudiziaria. La Cassazione ha invece ribaltato il concetto, ribadendo che anche la figlia ha diritto a un risarcimento di svariate migliaia di euro e rinviando alla Corte d’Appello di Milano la quantificazione del danno. «Già nel 2012 questa era stata una sentenza importante, per le sue implicazioni filosofiche e per aver stabilito un principio del tutto nuovo» ha commentato ieri il legale della famiglia, l’avvocato Enrico Cornelio di Mestre «la Corte d’Appello poi non ha riconosciuto il risarcimento alla figlia, che invece oggi la Cassazione ribadisce. Il principio fu travolto da una sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione, secondo cui il bambino non avrebbe diritto ad alcun indennizzo. Nel caso specifico, tuttavia, il diritto della ragazza Down è stato riconosciuto». Durante la gravidanza, la madre aveva chiesto al ginecologo «tutti gli accertamenti per escludere malformazioni del feto», specificando che la nascita di un «bimbo sano» era l’unica condizione per proseguire la gravidanza.

I controlli medici. Il medico, tuttavia, aveva disposto solo un’ecografia e un “Tritest” all’ospedale di Castelfranco: un esame, quest’ultimo, i cui “falsi negativi” si aggirano su percentuali del 40 per cento. Il medico avrebbe avuto a disposizione molti altri strumenti (amniocentesi o villocentesi, per esempio) che invece non ritenne opportuno disporre.

 

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