Dal matrimonio di comodo al sequestro di persona: tre fratelli a processo

I tre  accusati di aver trattenuto un connazionale per riavere 8 mila euro pagati per le nozze finte: l’obiettivo era il permesso di soggiorno

Marco Filippi
Il Tribunale di Treviso
Il Tribunale di Treviso

Nel gennaio del 2023 tre fratelli kosovari furono arrestati dai carabinieri per sequestro di persona a scopo di estorsione. Quando i militari li bloccarono, nella zona di Olmi di San Biagio, trovarono due di loro a bordo dell’Audi della vittima dell’estorsione, un loro connazionale.

Avrebbero dovuto prendergli in pegno la macchina, finché il connazionale non avrebbe restituito una cifra di circa 8.000 euro che loro gli avevano dato, alcuni mesi prima, per trovare il canale giusto per far ottenere al più anziano dei tre il permesso di soggiorno in Italia, contraendo un falso matrimonio. Ma il matrimonio, che doveva tenersi a Vedelago, fu scoperto dalle forze dell’ordine e andò a monte.

Ieri, a distanza di tre anni dal fatto, s’è aperto formalmente il processo a Jeton Suha, 43 anni (difeso dall’avvocato Fabio Crea), il maggiore dei fratelli, davanti alla Corte d’Assise presieduta da Iuri De Biasi (a latere Mabel Manca) con l’ammissione delle liste dei testimoni. Sequestro di persona a scopo di estorsione è il reato contestato.

A rappresentare l’accusa è il pubblico ministero Stefano Buccini della Dda di Venezia. I fratelli dell'imputato, Liman e Jetmar Suka, rispettivamente di 38 e 36 anni, sono stati condannati a 7 anni e 6 mesi, in abbreviato, il 16 settembre scorso, davanti ai giudici della Corte d'Appello di Venezia. Condanna contro cui ricorrerà l’avvocato Crea.

La vicenda risale alla serata del 18 gennaio 2023 quando i tre fratelli s’incontrano in un bar di San Zeno a Treviso con il loro connazionale per una sorta di resa dei conti verbale. I tre, infatti, alcuni mesi prima gli avevano consegnato la somma di 8.000 euro in cambio di un’intermediazione di un falso matrimonio per ottenere il permesso di soggiorno per il più anziano di loro. La cifra era stata corrisposta ad una giovane (presentata dall’intermediario a uno dei fratelli) in cambio del suo consenso a contrarre un finto matrimonio e mai restituita nonostante la mancata celebrazione delle nozze già definite, per l’intervento delle forze dell’ordine.

Sfumò così il conseguimento dell’importante pezzo di carta che gli avrebbe permesso di stabilirsi in Italia. Da qui l’incontro in un bar della periferia di Treviso. L’intermediario, infatti, avrebbe dovuto presentarsi all’appuntamento nel locale con la cifra da restituire. Invece, lui stesso, si presentò assieme ad un amico dicendo di non avere quella cifra.

«Non posso restituirvela - disse – ma vi propongo una valida alternativa». Quale? Dare in pegno la sua Audi finché non avrebbe raggranellato i soldi da restituire ai tre fratelli. Dopo una lunga discussione, non si sa cosa successe davvero. Tutti uscirono dal bar. Uno dei fratelli salì nella propria macchina, mentre gli altri due nell’Audi del loro debitore. Fu quest’ultimo a mettersi alla guida, per dirigersi verso Olmi di San Biagio dove abitava l’intermediario kosovaro. La ragione del viaggio fu proprio quella di condurlo a casa per poi prendersi l’auto in pegno. Ma quando arrivano all’altezza di una rotonda a Olmi, alcune gazzelle dei carabinieri agganciarono l’Audi e arrestarono i tre fratelli.

Riproduzione riservata © Tribuna di Treviso