Madre strangola il figlioletto e si impicca
Tragedia a Ceggia, li ha trovati senza vita il papà: «Era depressa». Gabriele, 6 anni, ucciso con una cintura d’accappatoio. Poi suicidio di sua mamma Tiziana, 47 anni. La donna soffriva da anni di depressione che talvolta riaffiorava. Le ultime crisi tempo fa ma diceva: «Sono infelice»

Tiziana Bragato,
CEGGIA
. Soffoca il figlio con le sue mani e poi si toglie la vita impiccandosi. Una tragedia che ha lasciato attonito tutto il Basso Piave e distrutto completamente una famiglia di Ceggia. Un raptus, forse, quello di Tiziana Bragato, 47 anni, originaria di Ceggia, residente con il marito Walter Zago, 50 anni, e il figlio di 6 anni Gabriele in via XXV Aprile al civico 29.
Dapprima Tiziana ha ucciso il bambino, strangolandolo con la cintura di un accappatoio, a quanto risulta dai primi accertamenti dei carabinieri di San Donà. Subito dopo si è tolta la vita impiccandosi con una corda alla spalliera del letto nella sua camera, accanto al piccolo riverso sul letto matrimoniale e ancora in pigiama. Una scena agghiacciante che il marito Walter si è trovato davanti agli occhi ieri mattina alle 12.10, al rientro dal lavoro.
Forse una lunga depressione dietro al gesto terribile che ha portato la donna a soffocare il figlio e poi a suicidarsi. Zago, operaio in un mobilificio di Cessalto, ex giocatore di calcio nella squadra locale, era passato velocemente a casa la mattina verso le 9 per portare il pane e poi tornare al lavoro. Così ha raccontato un cugino. Tutto sembrava tranquillo, la moglie lo aveva salutato dicendogli che il figlio era a scuola e andava tutto bene. Non è chiaro se già lo avesse ucciso. Tutti particolari che sono ora al vaglio degli inquirenti, il pm, dottoressa De Munari, che coordina le indagini, quindi il comandante dei carabinieri di San Donà, il capitano Giovanni Blasutig ieri sul posto assieme ai militari dell’Arma con la squadra scientifica per rilevare le impronte digitali e ascoltare tutte le testimonianze. Il capofamiglia si era alzato come tutte le mattine alle 6.15, la colazione, poi il saluto a moglie e figlio per recarsi al lavoro. Una mattina come le altre, con una pioggia battente che non si è mai interrotta per tutta la giornata. Tornato a casa per il pranzo, Walter Zago ha notato che la porta di ingresso alla villetta a schiera, che si affaccia su via XXV Aprile, non si apriva, probabilmente chiusa dall’interno. E’ entrato dal retro, sfondando la porta. Ha capito che qualcosa non andava ed è corso al piano superiore, verso le stanze da letto. La sua era chiusa a chiave. A quel punto non ha esitato e ha sfondato la porta. Appena entrato, ansimante, ha visto quella scena che rimarrà per sempre impressa nella sua mente: la moglie appesa alla spalliera del letto, quindi il piccolo immobile sul letto, ancora in pigiama. Ha iniziato ad urlare e chiedere aiuto. Il vicino di casa, Rodolfo Trevisiol, è accorso dall’abitazione di fianco per raggiungere l’amico sentendo le urla strazianti provenire dal secondo piano della villetta. Assieme hanno cercato di rianimare Gabriele.
Dopo innumerevoli tentativi, hanno capito che anche Gabriele era spirato e non c’era più nulla da fare per lui. A quel punto hanno chiamato i carabinieri, quindi avvertito i vari parenti della tragedia che si era consumata nella sua casa. Un gesto che non sembra avere spiegazioni razionali. La donna soffriva da anni di una depressione che talvolta riaffiorava. Dotata di una forte sensibilità, diceva di tanto in tanto di sentirsi infelice. Non sembrava nulla di grave, qualche crisi passeggera ricomparsa dopo gli ultimi momenti difficili, che risalivano però a vent’anni fa. Mai nessuno avrebbe pensato che lei, così attaccata al figlioletto, avrebbe potuto compiere un gesto simile.
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