Lusso, giovani, robot «Il distretto riparte»

Sneakers a marchio delle griffe di lusso, prototipi virtuali, robot al lavoro nelle fasi meno nobili della produzione, rilancio della formazione per preparare e ammodernare le figure professionali a rischio estinzione. Ecco dove passa il rilancio dello Sportsystem, il distretto montebellunese della calzatura, uno dei fiori all’occhiello della manifattura non solo locale, bensì nazionale e mondiale. Ne abbiamo parlato con Claudio Franco, 58 anni, designer della calzatura e uno dei tre membri del consiglio direttivo dell’Associazione dello Sportsystem e dell’imprenditoria del Montebellunese e dell’Asolano.
I numeri mostrano che il distretto è in salute, nonostante sia passata un’onda di crisi mondiale durissima: 344 imprese attive, 4.966 addetti, fatturato complessivo da ben 2,76 miliardi di euro. Quando è “esplosa” la delocalizzazione, oltre dieci anni fa ormai, ci si chiedeva se i distretti sarebbero riusciti nell’unica impresa capace di salvarli: portare le braccia all’estero ma tenere qui la testa. Pariamo da qui.
Franco, lo Sportsystem ce l’ha fatta, a tenere qui la testa, ovvero la progettazione?
«Sì, tanto che oggi c’è una forte richiesta di figure professionali adeguate, dai modellisti ai designer, oltre a montatori e orlatori. Dal 2009 il territorio è stato bastonato da una delle più grosse crisi dal Dopoguerra, però è rimasto molto. E chi è rimasto oggi lavora tanto e bene, con propri marchi e la produzione radicata qui nel territorio: Scarpa, Gaerne, Sidi, Armond, Grisport, i nomi sono tantissimi».
Di recente avete lanciato un corso per formare modellisti ma avete fatto fatica a trovare candidati, tra i giovani.
«Questo è uno dei nostri obiettivi primari: dopo qualche anno di stagnazione, dobbiamo rilanciare la formazione di queste figure necessarie, gente che sappia muovere le mani, ma non solo. È un lavoro bellissimo, spieghiamolo ai giovani. Il futuro è già qui, oggi per esempio servono designer virtuali, che realizzino la scarpa in 3D senza campioni: condividi il modello sui social, in base ai like capisci le potenzialità di mercato e produci. Costa meno, il settore dell’automotive lo fa già, ci dobbiamo arrivare anche noi. E questa è la formazione professionale che ci serve».
C’è un fenomeno di “reshoring”, di ritorno delle produzioni che erano state delocalizzate?
«Sì, soprattutto per le nicchie in cui il valore aggiunto del made in Italy è fondamentale. Penso alle sneakers, le scarpe da tutti i giorni su cui anche i grossi brand mondiali stanno investendo, da Gucci a Chanel: molti vengono a farli qui perché sanno cosa trovano in termini di qualità».
Lo scarpone da sci ha ceduto il passo alle sneakers definitivamente?
«No, sono rimasti in pochi a farlo ma si tratta di eccellenze: Tecnica, Nordica, Rossignol, Scarpa, Dal Bello per citarne alcuni. Il know-how è rimasto qui e le aziende sono talmente strutturate e automatizzate che costa meno produrre qui i componenti, come le leve, rispetto alla Cina, per esempio».
L’automatizzazione non è uno spauracchio?
«No, anzi. Spesso c’è il timore che i robot portino via occupazione, in realtà i numeri dimostrano il contrario. Poche aziende al mondo finora hanno pensato di applicare la ricerca alla produzione di robot antropomorfi, qui è il caso di pensarci seriamente».
Per esempio?
«Oggi con 15-20 mila euro ti compri un robot antropomorfo che sappia fare benissimo operazioni necessarie ma banali, per esempio le fasi alla fine della produzione, come l’imballaggio dei prodotti. Investiamoci». —
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