L’estate Covid dei micro appuntamenti città orfana dei big e della festa sulle mura

la situazione
Siamo quasi al valico Ferragostano, poi in un paio di settimane diremo addio ad agosto. Altri quindici giorni e potremo considerare chiusa anche l’estate del Covid-19. Il confronto con le estati trevigiane degli anni precedenti va comunque fatto. E va sottolineato due volte lo sforzo compiuto fino ad ora sia da parte dell’amministrazione comunale che degli organizzatori di eventi e festival per esserci comunque, avendo tra l’altro avviato la programmazione tra mille incertezze. Certo, il mondo dell’intrattenimento ha fatto rete per strappare via il velo scuro dell’isolamento forzato dei mesi trascorsi, per recuperare il tempo perduto, offrendo ai trevigiani tanti piccoli appuntamenti nei quartieri e in centro storico. Nelle deliziose piazzette “minori” Santa Maria dei Battuti e Rinaldi, nei musei, sotto la Loggia dei Cavalieri. Cinema, teatro, jazz, commedie, yoga. Con il limite dei posti a sedere contingentati, però, tanto che per alcuni appuntamenti – le notti magiche al museo – le prenotazioni sono state chiuse in brevissimo tempo lasciando tanti a bocca asciutta. «Quest’anno abbiamo più appuntamenti dell’anno scorso» ha più volte sottolineato l’assessore alla Cultura Lavinia Colonna Preti. Ma quanti “classici” all’aperto sono stati fagocitati dal Covid, come la colorata Treviso in Fiore. All’indomani della chiusura di Suoni di Marca, dopo la tre giorni a Villa Margherita, si capisce che la manifestazione emigrata dalle mura cittadine è da anni il vero baricentro dell’estate trevigiana. Insieme all’Home e, l’anno scorso, al Core: i super festival targati Ama Lombardi, purtroppo cancellati entrambi dal calendario. Come i piatti forti che danno corpo all’intero menu, con i loro ospiti big della musica. Suoni, a poche centinaia di metri da piazza dei Signori, è stata fino all’anno scorso il cuore dell’estate in città con le sue tre settimane di spettacoli condite con i soliti ingredienti, un po’ sagra, un po’ festival, un po’ mercato. Dove si arriva a piedi e si entra senza pagare, per poi fare due passi tra le bancarelle e dove si può cambiare idea mille volte su dove andare a mangiare. E i concerti gratuiti con i grandi nomi alternati alle band locali. E la calca – a volte fin troppa – che è come un marchio di fabbrica. La calca, appunto. Quella che quest’anno non poteva esserci. Nell’edizione 2019 il festival aveva calamitato sulle mura 350mila persone: quest’anno 2.500. Si erano alternati sui palchi 400 artisti e 120 band, con 70 espositori (quest’anno una decina) e 32 stand gastronomici (quest’anno tre). Numeri emblematici che raccontano molto bene, per difetto, l’estate del Covid. «Data la situazione di emergenza e le premesse difficili quest’anno abbiamo fatto un miracolo – è il commenti del direttore artistico Paolo Gatto – ma il nostro cuore è, e rimane, sulle mura. Consideriamo quella di quest’anno come una piccola pausa tecnica». Una pausa, appunto, per tornare a far festa in tanti sulle mura, con l’anima “casinista” dell’estate trevigiana. —
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